Il trattamento dell’obesità si potrà definire efficace solo quando il medico e le altre figure sanitarie coinvolte riusciranno a non stigmatizzare il paziente, a riconoscergli il diritto di provare emozioni

 

Dal 1980 il numero delle persone affette da obesità nel mondo è più che raddoppiato e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha raggiunto nel 2014 il numero di 600 milioni. Nel 2008 l’Obesity Society affermava che considerare l’obesità una malattia poteva aumentare le risorse per la ricerca e la prevenzione e ridurre lo stigma e le discriminazioni di cui sono vittime le persone obese. Il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica avviene nel 2013 dall’American Medical Asssociation (AMA), superando il concetto che l’aumento del peso sarebbe causato da scarsa volontà e pigrizia fisica e mentale. Alla presa di posizione dell’AMA è seguita una migliore comprensione pubblica dell’obesità, senza però una vera preoccupazione sugli aspetti medici e spesso senza un sincero interesse dei sanitari per le difficoltà emotive provate da chi ne soffre. La World Obesity Federation ha definito l’obesità una malattia cronica recidivante, considerando il peso alla stregua della pressione sanguigna, e sottolineando che come avviene per altre patologie croniche, anche nell’obesità “i trattamenti a breve termine non cambiano la biologia sottostante che le innesca e mantiene”. L’obesità viene però ancora oggi vista per lo più come una colpa del singolo individuo, risolvibile grazie alla “semplice” forza di volontà. Ciò determina frequenti episodi di derisione, bullismo, esclusione, difficoltà nella ricerca di un lavoro, peggiori valutazioni scolastiche. Lo stigma verso la persona affetta da obesità avviene spesso anche nell’ambiente sanitario. Una completa anamnesi non è accompagnata da un ascolto attivo ed empatico e troppo frequentemente si trascurano le emozioni, le preoccupazioni e i bisogni della persona. Un ambiente di cura percepito come giudicante allontana le persone ed è causa spesso dei frequenti rinvii di appuntamenti. Bisogna prestare attenzione anche alla stigmatizzazione di coloro che hanno affrontato un intervento di chirurgia bariatrica, non giudicandoli immediatamente come coloro che hanno cercato una facile scorciatoia.

L’obesità è una patologia complessa, determinata da fattori genetici, ambientali, psicologici e sociali, responsabile di oltre il 10% dei decessi e fattore di rischio per le principali malattie croniche come il diabete di tipo 2, l’ipertensione, le malattie cardiovascolari e i tumori. Non è concepibile pensare di risolverla con una facile ricetta o un intervento sbrigativo.

 La costante crescita dell’obesità, divenuta una vera e propria epidemia, è sicuramente dovuta ad un ambienteobesogenico” che favorisce l’assunzione di cibi ad alto contenuto energetico (grazie al dilagare di fast food, di prodotti industriali a basso costo, di locali all you can eat, di supermercati aperti 24 ore) e non consente di effettuare una regolare attività fisica (per le scarse piste ciclabili, i parchi poco curati, le palestre e piscine non sempre facilmente accessibili). Un altro fattore che favorisce l’obesità è lo stress che rende le persone più suscettibili alle emozioni, facilita l’assunzione di cibi ricchi di zucchero e grassi (comfort food), altera la qualità del sonno, innalza i valori di cortisolo che a sua volta determina, da solo o con l’attivazione di altri ormoni e peptidi, un aumento dello stimolo a mangiare e una maggiore deposizione di grasso addominale. Lo stress può favorire l’insorgenza dell’obesità anche grazie alla sua azione dannosa sul microbioma intestinale (insieme di batteri, virus, funghi che vivono nel nostro corpo) e può essere incrementato dalla stigmatizzazione verso il peso eccessivo. “L’obesità può suscitare sentimenti di minaccia socio-valutativa e innescare processi obesogenici mediati dall’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene” (Tomiyama 2019). Si può creare quindi un circolo vizioso in cui lo stress provoca obesità che a sua volta genera stress. Non possiamo dimenticare il ruolo che il cibo, ed in particolare quello ricco di zuccheri e grassi, ha nell’attivare i centri del piacere, riuscendo a determinare una vera e propria dipendenza. La grande distribuzione e le innumerevoli pubblicità che ci invadono quotidianamente favoriscono la costante ricerca di cibo consolatorio o semplicemente in grado di soddisfare il nostro edonismo. Il cibo ci invade ovunque, dai programmi televisivi ai social media, ma nello stesso tempo gli stessi canali di comunicazione ci travolgono con facili strategie e diete per perdere rapidamente il peso. L’obesità può essere inoltre provocata da Disturbi della Nutrizione e Alimentazione, come il Disturbo da Alimentazione Incontrollata o Binge Eating Disorder. In nessuna regione del mondo c’è stato un significativo miglioramento nel trend dell’obesità e ciò ha portato alcuni studiosi a considerare l’obesità insieme alla denutrizione e al cambiamento climatico una Sindemia Globale (Global Syndemic), che necessita di azioni comuni. Ad oggi la dietoterapia non ha palesato risultati efficaci nel lungo termine e anche la chirurgia bariatrica ha mostrato recuperi del peso dopo due anni per il riemergere o sopraggiungere di un disturbo alimentare e per il persistere di stili di vita scorretti. Sono necessari programmi educativi strutturati di prevenzione in grado di favorire un corretto stile di vita, interventi urbanistici per facilitare l’attività motoria e una maggiore disponibilità di cibi sani. Le diverse società scientifiche e le linee guida concordano sul fatto che l’obesità necessita di interventi interdisciplinari basati sulle evidenze. La presa in carico del paziente obeso non deve esaurirsi ad una serie di valutazioni antropometriche (peso, pliche e circonferenze) né deve diventare un interrogatorio per scoprire i possibili errori o un semplicistico cambio dieta. È necessario aiutare la persona a migliorare il proprio stile di vita, a riconoscere le sensazioni di fame e sazietà ed aumentare il senso di consapevolezza. Bisogna inoltre conoscere e rispettare i bisogni del paziente, comprendere le sue difficoltà e riconoscere le emozioni che prova. “Sono numerose le segnalazioni scientifiche che rilevano come il rapporto emozionale del sanitario nei riguardi del paziente obeso sia inferiore rispetto ad altre patologie” (Standard Italiani per la cura dell’Obesità S.I.O.-A.D.I.). Prendersi cura della gente è ciò che dovrebbe fare il vero medico, avere un “atteggiamento solerte e premuroso” dell’altro, senza giudizi e pregiudizi. “Dal medico ci si aspetta tatto, attenzione e comprensione in quanto il paziente non è una semplice collezione di sintomi, funzioni alterate. Egli è invece un essere umano con paure e speranze che cerca sollievo, aiuto e rassicurazione” (Trattato di Medicina Interna Harrison). Il trattamento dell’obesità si potrà definire efficace solo quando il medico e le altre figure sanitarie coinvolte riusciranno a non stigmatizzare il paziente, a riconoscergli il diritto di provare emozioni e rispettarle, a renderlo protagonista della sua cura, responsabilizzandolo nel fare scelte consapevoli e condivise.

 

Dott. Enrico Prosperi

Medico Chirurgo Specialista in Psicologia Clinica

© 2019

 

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1 Italian Obesity Barometer Report