Riflessioni su una canzone di L. Ligabue “ Quella che non sei” : la sofferenza cantata che risuona come quella celata sotto il sintomo dei disturbi del comportamento alimentare.

 

La creatività umana (poetica, musicale, scientifica o artistica) come afferma Mancia (2004) appare come uno degli aspetti del mentale, come un ri-creare che si modella su fantasie e difese inconsce. Quali fantasie, quali difese abbiano portato Ligabue a scrivere e a cantare questa canzone non lo sappiamo ma, le sue parole possono farci volare verso quella ricerca dell’identità, del nostro essere che si rivela molto spesso complesso e complicato. In particolare questa sofferenza cantata, risuona in me come  quella celata sotto il sintomo dei disturbi del comportamento alimentare.

Io ti ho vista già, eri in mezzo a tutte le parole che
non sei riuscita a dire mai.
Eri in mezzo a una vita che poteva andare ma
non si sapeva dove…

Tante sono le parole che non riescono ad uscire, ma il corpo in questi disturbi le parla tutte con lingue diverse (anoressia, bulimia, obesità). È nota la connessione tra la forma di espressione non verbale della sofferenza e la difficoltà a verbalizzare certi vissuti. Queste difficoltà sono la conseguenza non di un’assenza di vita emozionale, ma del fatto che le emozioni sono accuratamente filtrate in modo da evitare tensioni e conflittualità, mantenendo così una pseudo-armonia individuale e soprattutto nel sistema familiare (Onnis 2004).

Ti ho vista fare giochi con lo specchio
e aver fretta di esser grande
e poi voler tornare indietro quando non si può.

Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più perfetta, la più bella, la più “controllante” del reame? Quello specchio in cui ad esempio le anoressiche si specchiano e non vi si riconoscono. Tentativo di controllare per sentirsi più forti, più grandi, l’unico modo per proteggersi da quella profonda fragilità, impotenza ed imperfezione.

Quella che non sei
quella che non sei non sei
ma io sono qua e se ti basterà
quella che non sei, non sarai
a me basterà…

Questa che può sembrare una dichiarazione d’amore alla libertà di poter essere, che potrebbe rappresentare un’esortazione alla guarigione. Lo spiega bene la Marzano (2011) affermando che il problema dell’anoressia è proprio questo: attirare l’attenzione. Ecco, guardatemi. È il solo modo che ho trovato perché possiate vedermi come sono. È il solo modo per potervi dire che sono altro rispetto a quello che pensate e che, nonostante tutto, senza il vostro amore non sono nulla!

C’è un posto dentro te in cui fa freddo
è il posto in cui nessuno è entrato mai

Quel posto così profondo, nascosto e difeso impastato dalle fragilità, quel cristallo così delicato che rischia di frantumarsi e paradossalmente è salvato attraverso il sintomo. Quel posto dove forse potrà arrivare un terapeuta. Ad esempio, un lavoro psicoterapeutico a orientamento sistemico, ci aiuta a ripercorrere quel viaggio dal paziente alla famiglia e a ritroso, da questa, attraverso i suoi fili rossi più profondi, verso l’individuo e il suo mondo interno, e forse lì arriviamo in quel posto in cui fa freddo (Selvini Palazzoli1998).

Io ti ho vista già eri in mezzo a tutte le tue scuse
senza saper per cosa.
Eri in mezzo a chi ti dice “scegli”: o troia o sposa.
Ti ho vista vergognarti di tua madre
fare a pezzi il tuo cognome
sempre senza disturbare che non si sa mai.

Come ci ha ben insegnato Watzlawick (1971) sappiamo che un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica. Sicuramente il primo contesto da prendere in considerazione è quello familiare che rappresenta la matrice dell’identità di ogni individuo. Il disagio da indagare nelle relazioni familiari è espresso bene dalle parole della canzone nei confronti della madre e del padre mediante la distruzione di quel cognome. Si lavora sul livello sincronico delle interazioni immediatamente osservabili del “qui e ora” e su quello diacronico delle storie, cioè quello più profondo dei “miti familiari”, (Onnis). Non possiamo però trascurare un contesto più ampio, quello della nostra società in cui l’immagine, l’apparire, contano molto più del contenuto.  Uno spunto di riflessione lo lancia Raggi (2014) il quale afferma che i DCA devono essere affrontati non solo a livello psicologico individuale, ma anche collettivo, persino politico.

Quella che non sei
quella che non sei, non sarai
a me basterà.

E ancora questo ritornello mi porta da Cancrini (1991), quando ci spiega che per l’anoressica una vita autonoma è permessa solo all’interno di un compromesso con le esigenze del sistema familiare, compromesso che spesso comporta un’impossibilità da parte del paziente di portare avanti un processo d’individuazione e di svincolo e al contrario, comporta la formazione precoce di un “falso se” con cui si relazionerà con il resto del mondo.

Ti ho vista stare dietro a troppo rimmel
dietro un’altra acconciatura…

Mi pare appropriata in questo frangente una citazione: “ L’indicazione più forte è proprio l’invito a non chiudere le crepe, nascondendole dietro facciate perfette e levigate…a non creare ordini artificiali”. Tante maschere, tanti sintomi, dietro ai quali si nasconde la vera essenza del disturbo, la vera crepa dell’anima. Un messaggio importante per tutti i terapeuti, gli operatori e i familiari è che c’è bisogno di ascolto, pazienza, tempo. Soprattutto c’è un enorme disperato bisogno di amore autentico, di relazione, di “recupero della propria capacità desiderante” (Raggi 2014).

 

Dott.ssa Arianna Razzani

 

Bibliografia

Mancia, M. (2004) Sentire le parole. Torino: Bollati Boringhieri

Onnis, L. (2004) Il tempo sospeso. Milano: Franco Angeli

Marzano, M. (2011) Volevo essere una farfalla. Milano: Arnoldo Mondadori

Selvini Palazzoli, M., Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A.M. (1998) Ragazze anoressiche e bulimiche. Milano: Raffaello Cortina

Watzlawick P., Beavin, J. H., Jackson  D. D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Ubaldini Editore

Cancrini, L., La Rosa, C. (1991) Il vaso di Pandora. Roma: Carocci

Raggi, A. (2014) Il mito dell’anoressia. Milano: Franco Angeli