L’obesità determinerebbe quasi il 50% in più di perdita di aspettativa di vita rispetto a quella causata dal tabacco. Gli altri fattori che riducono la speranza di vita sono il diabete, l’ipertensione e l’ipercolesterolemia, malattie spesso associate all’obesità.

 

Da diversi anni si parla di corretti stili di vita per prevenire molte malattie croniche e conservare una buona aspettativa di vita. Un team di ricercatori della Clinica di Cleveland e della Scuola di Medicina di New York, nell’Aprile 2017 ha presentato al Congresso Annuale della Society of General Internal Medicine, un lavoro preliminare che ha esaminato i fattori di rischio modificabili che causano la morte nella popolazione americana.

Al primo posto è risultata l’obesità che ha scavalcato, insieme al diabete, l’uso del tabacco. Questo dato, probabilmente è dovuto alla lotta condotta negli ultimi anni negli Stati Uniti per combattere il fumo di tabacco.

L’obesità determinerebbe quasi il 50% in più di perdita di aspettativa di vita rispetto a quella causata dal tabacco. Gli altri fattori che riducono la speranza di vita sono il diabete, l’ipertensione e l’ipercolesterolemia, malattie spesso associate all’obesità. Diventa, pertanto, necessario considerare prioritari gli interventi multidisciplinari per la prevenzione e la cura dell’obesità.

Obesità, diabete e ipertensione sono malattie croniche che richiedono piani complessi di trattamento in grado di coinvolgere attivamente la persona malata, per renderla protagonista del suo percorso di cura. I Piani Nazionali di Cronicità, redatti nel 2016, parlando di “sfida alla cronicità”, affermano che è indispensabile “attribuire un’effettiva ed efficace centralità alla persona e al suo progetto di cura e di vita” attraverso un coinvolgimento e una responsabilizzazione sia della persona affetta da malattia cronica, sia del “macrosistema salute”. Dai Piani Nazionali di Cronicità emerge inoltre la necessità di sviluppare programmi che promuovano corretti stili di vita e consentano lo sviluppo di autostima e autoefficacia, come l’Educazione Terapeutica, definita come un “complesso di attività educative che si esplica attraverso la trasmissione di conoscenze, l’addestramento a conseguire abilità e a promuovere modifiche dei comportamenti”, mettendo la persona al centro della propria cura.

La classe medica deve ridefinire o meglio recuperare il suo rapporto con il paziente, che non può più essere visto solo come un portatore di diversi sintomi, ma una persona esperta del suo vissuto con la malattia.

Un punto di criticità da parte della classe medica, è la difficoltà a considerare la persona il vero protagonista della propria cura, a sostituire un linguaggio tecnico con uno semplice e comprensibile, a provare una vera empatia e capacità di sostenere l’altro, ad aiutare il paziente rendendolo autonomo e capace di gestire le ricadute, consapevole e responsabile delle proprie scelte.

Un ruolo essenziale lo devono svolgere anche le Istituzioni, rendendo l’Educazione Terapeutica davvero accessibile a tutti, perché solo quando si darà dignità alla persona si potrà dire di fare una buona medicina.

 

Dott. Enrico Prosperi

Medico Chirurgo

Specialista in Psicologia Clinica

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