Prendersi cura di un malato cronico richiede capacità di ascolto, comprensione e capacità di cogliere non solo i sintomi ma anche le emozioni rivelate
 

Scoprire di avere una malattia cronica è un momento particolarmente critico perché si entra in contatto con la propria vulnerabilità, con l’imperfezione del proprio organismo. Come ricorda Silvia Bonino, “l’esperienza della malattia cronica ha molto da dire a tutti perché impone una riflessione sul significato che diamo alla vita e al nostro agire nel mondo, sul nostro modo di vivere, su come consideriamo le difficoltà e i fallimenti, su come guardiamo al futuro”.

Prendersi cura di un malato cronico richiede capacità di ascolto, comprensione e capacità di cogliere non solo i sintomi ma anche le emozioni rivelate. Non sempre il medico è pronto ad affrontare il viaggio incerto e ricco d’insidie con il malato cronico. Gli studi accademici lo hanno preparato a svolgere una prima visita ricca di domande e prescrizioni, ma non lo hanno formato a comprendere le paure, i dubbi, le richieste di conforto e rassicurazione. La malattia cronica modifica la vita della persona, le sue aspettative per il futuro. La Sanità moderna richiede efficienza, perché il tempo è prezioso e le risorse scarse, questo porta il medico a sottovalutare l’importanza della relazione nel percorso di cura, facendo piombare la persona affetta da una patologia cronica in una disperata solitudine.

Solitudine che si accentua nelle visite di controllo, specie in ambito universitario, dove una moltitudine di medici osserva con interesse il malato perdendo però di vista la persona, ma il primo compito di un buon medico è proprio quello di prendersi cura della persona.

“Dal medico ci si aspetta tatto, attenzione e comprensione in quanto il paziente non è una semplice collezione di sintomi segni, funzioni alterate. Egli è invece un essere umano con paure e speranze che cerca sollievo, aiuto e assicurazione” (Principi di Medicina Interna, Harrison).

Affrontare la solitudine del malato cronico è un dovere di qualsiasi medico che può, grazie ad una sana relazione, non solo essere di vero aiuto alla persona sofferente ma anche migliorare l’aderenza alla cura, causa di tanta frustrazione negli operatori sanitari.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1998 ha redatto un documento sull’Educazione Terapeutica del Paziente il cui scopo “è di produrre un effetto terapeutico che vada ad assommarsi a quelli di altri interventi (farmacologici, di terapia fisica, ecc.)”.

Essere un buon medico non consiste solo nel saper fare una corretta diagnosi e prescrivere una buona terapia, ma anche nel saper aiutare la persona a gestire la propria situazione e nel saper coinvolgere attivamente la famiglia, che riveste un ruolo essenziale per il sostegno psicologico.

La gestione della malattia cronica richiede spesso un cambiamento nello stile di vita ed il medico non può banalizzarlo con una semplice prescrizione, ma identificando un punto condivisibile con la persona, individuando i passi da percorrere e i possibili ostacoli da superare. Intraprendere questo difficile viaggio con la persona sofferente, richiede impegno, dedizione e disponibilità. Più di cento anni fa il dott. Francis Peabody ricordava che "una delle qualità essenziali del medico è l’interesse per l’uomo, in quanto il segreto della cura del paziente è averne cura”.

 

Dott. Enrico Prosperi

Medico-Chirurgo

Specialista in Psicologia Clinica

Università di Roma Sapienza

© 2015
 
Bibliografia
 

Bonino S. Mille fili mi legano qui. Editori Laterza. Bari. 2009

Bert G., Quadrino S. Parole di medici, parole di pazienti. Il Pensiero Scientifico Editore Roma. 2006

Harrison. Principi di Medicina Interna. McGraw-Hill. 1988