Il teatro può dar sollievo ad una persona affetta da una patologia cronica?

Terapia non è guarigione, è cura.

Teatro non è finzione è verità.

Teatroterapia è la cura attraverso la verità del teatro.

Ognuno ha qualcosa da curare, ognuno ha una verità da raccontare.

(Cristina Ruscica)

 

Il teatro può dar sollievo ad una persona affetta da una patologia cronica?

 

 

Il Prof Jean Philippe Assal, esperto internazionale di gestione di cronicità e consulente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 10 anni fa crea il Teatro del Vissuto, ossia il teatro al servizio della sofferenza, del disagio, della solitudine del malato cronico.

Il Teatro del Vissuto, promosso dalla Fondation Recherche et Formation pour l’Education des Patients di Ginevra rappresenta uno spazio dove persone affette da patologie come il diabete, l’obesità, il parkinson, le malattie cardiovascolari, gastroenterologiche, ecc… possono elaborare, esprimere e condividere creativamente una propria esperienza di vita particolarmente difficile e significativa, attraverso un processo artistico, di scrittura e messa in scena di un copione teatrale.

Ma come può il Teatro del Vissuto essere una via verso il benessere?

Partendo dall’idea che ogni malato è prima di tutto una persona, non si può trascurare il fatto che ogni componente fisica influenza la sfera cognitiva ed emozionale ed ogni nostra emozione concorre a destabilizzare o consolidare un equilibrio fisico che è sempre in divenire.

Il teatro è una forma di comunicazione delle emozioni e in quanto tale, è uno dei più efficaci strumenti per provocare un cambiamento. La traduzione di esperienze di vita dolorose e conflittuali in opera teatrale, ne incoraggia la valorizzazione e induce la persona stessa ad intaccare la percezione negativa associata al suo disagio. Tutto ciò comporta la possibilità di attivare un comportamento nuovo che può entrare nel nostro bagaglio esperienziale di vita quotidiana.

Il Teatro del Vissuto opera su numerosi aspetti del nostro mondo interno, su quelli rifiutati, quelli sconosciuti, quelli che ci fanno paura e quelli che vorremmo cambiare. Il teatro diviene così il mezzo per raggiungere uno stato di benessere, in quanto ci consente di porre attenzione su noi stessi e di attivare una crescita personale.

La persona, prima regista e poi spettatore, prende coscienza del proprio disagio, si riappropria dei frammenti dolorosi della propria esperienza, ne prende poi distanza guardandoli dall’esterno e, attraverso il processo creativo della costruzione di un copione, viene incoraggiato a mobilitare le sue risorse personali. Questo processo implica un aumento della percezione personale di poter affrontare la sofferenza e aumenta parallelamente la fiducia in noi stessi. Si può così giungere ad un più alto livello di autocoscienza e accedere a modi più spontanei, creativi e funzionali nella relazione con noi stessi e con gli altri.

Durante la fase della messa in scena il personaggio può portare alla coscienza desideri, pensieri e paure allontanati perché dolorosi o spaventosi e contemporaneamente sperimentare nuovi comportamenti ed esprimere un “altro se” nelle situazioni più temute

Infine, la condivisione con il gruppo porta a sviluppare un senso di complicità e di connessione con gli altri, stimolando il sostegno e l’empatia reciproca. La solidarietà e la compartecipazione permettono ai “neo teatranti” di uscire da quello stato di solitudine e di isolamento che sono spesso associati alla nostra sofferenza, favorendo, quindi, una ri-costruzione del nostro ruolo sociale e della nostra identità personale grazie all’integrazione di nuove esperienze di vita e delle parti di noi meno accettate e valorizzate.

 

Dott.ssa Noemi Di Lillo

Psicologa

Psicoterapeuta Analista Transazionale

 

 

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