La terapia con preadolescenti e adolescenti deve avere, come sostiene Evans ( 2001 ): “un approccio attivo, flessibile ed integrato, dove accanto alle riflessioni sul gruppo inteso come soggetto unico, siano presenti commenti ed attenzioni verso il singolo, esprimendo allo stesso tempo la funzione interpretativa e quella empatica.”.

Nell’ambito dei servizi TSMREE della ASL RMF, è nata l’esigenza di approfondire e valutare le caratteristiche epidemiologiche del comprensorio di Civitavecchia. Ciò ha portato ad avviare un indagine sulle prime visite effettuate in quei servizi negli anni compresi dal 2000 al 2008 secondo il manuale di classificazione ICD10. Lo studio ha permesso di rilevare le sindromi e i disturbi psichici e comportamentali maggiormente rappresentativi in una fascia di età compresa tra 0 e18 anni e di programmare, di conseguenza interventi terapeutici e di educazione alla salute.

A seguito dei risultati ottenuti, abbiamo studiato quali interventi fossero possibili in base alle risorse esistenti sul territorio e guidati dalle nostre convinzioni teoriche, cui accennerò brevemente.

Le linee teoriche e la nostra pratica clinica relativa alla presa in carico dell’adolescente hanno a monte il pensiero di Fornari (1975) sulla “teoria coinemica”ovvero la “teoria dei codici affettivi”. Partendo dall’ipotesi che le persone non siano solo esseri pulsionali determinati geneticamente o, come nelle Teorie delle Relazioni Oggettuali, individui impegnati solo nella ricerca dell’oggetto, Fornari prospetta l’idea di un “essere simbolico” capace cioè di trasformare il corpo in pensieri e in parole. Con questa visione Fornari rinnova la pratica psicoterapeutica discostandosi dalla teoria psicoanalitica così come veniva condotta negli anni ’70.

Da queste premesse, abbiamo cercato di mettere a punto un modello di intervento che permettesse di operare precocemente in una fascia d'età bassa, proponendoci di utilizzare molto l’alleanza terapeutica e non il transfert e prendendo in considerazione le resistenze intese non tanto come difesa dal processo di cura quanto come espressioni significative del carattere. Pensiamo infatti che gli adolescenti difficilmente si difendono, anzi spesso cercano di comunicare a livello intrapersonale e a livello relazionale un contenuto che non vede l'ora di essere esplicitato. Si tratta allora di accogliere le intemperanze, dare consigli e, se necessario anche informazioni. Abbiamo pensato non tanto ad un processo di cura quanto ad unintervento di counselling durante il percorso di crescita, mettendo al centro del problema non la patologia dello sviluppo, ma la fisiologia dello sviluppo (Pietropolli Charmet). In quest’ottica la sofferenza può essere ricondotta ad impegnative difficoltà incontrate nella realizzazione dei compiti evolutivi che, nella visione di Fornari, sono inscritti nel codice genetico e prescritti anche dal contesto educativo socioculturale, ma sono poi reinterpretati soggettivamente.

Un’ulteriore scelta che abbiamo fatto, influenzata dalle nostre posizioni teoriche, è stata quella di privilegiare l’intervento di gruppo su quello individuale, innanzi tutto per una considerazione, anche ovvia se vogliamo: il gruppo, nell' adolescenza ha un ruolo di primo piano. La tendenza al raggruppamento e l'attrazione per il gruppo siano particolarmente sentiti dall'adolescente. Il rapporto con i coetanei apre alla socialità e soprattutto facilita ed incoraggia il processo di separazione dalle figure genitoriali. Oggi il gruppo dei pari rappresenta un riferimento identificatorio quasi superiore a quello genitoriale.

Il gruppo diventa così il luogo che permette lo scambio relazionale e risponde all'esigenza di vedere rispecchiato il proprio funzionamento mentale. Per il ragazzo adolescente il gruppo assolve importanti funzioni perché, come affermano alcuni autori tra cui Brockbank (1980) permette:

1) lo spostamento dei conflitti che l'adolescente non può risolvere con i suoi genitori sugli altri membri del gruppo;

2) l'elaborazione delle relazioni oggettuali omo ed eterosessuali al di fuori degli oggetti parentali che riconducono ad una problematica edipica scottante;

3) la modificazione degli ideali. Il giovane adolescente, infatti si premunisce dalla perdita dell'idealizzazione infantile cercando un temporaneo sostituto,( es. la fede in una ideologia) l'dealizzazione di un adulto, ma soprattutto la relazione con il gruppo dei pari che assume una funzione transitoria di sostegno del narcisismo e delle identificazioni (Marcelli e coll, 1991). Lo spazio del gruppo si configura come “spazio transazionale” (Meltzer, 1975), all'interno del quale diventa possibile creare una nuova cultura e fondare valori condivisi. Il gruppo dovrebbe consentire all'adolescente di sperimentare quell'ambiente “sufficientemente buono” nel quale può lasciarsi andare all'esperienza regressiva, che gli permette di comprendere che le esperienze dell'infanzia, anche quelle più arcaiche, restano comunque una risorsa alla quale potrà attingere per tutta la vita e non qualcosa a cui egli deve rinunciare in maniera definitiva. “La regressione condivisa” rende, nel gruppo, questa esperienza meno angosciante rispetto all’intervento individuale, riducendo le paure di eccessiva dipendenza del terapeuta, paure che emergono frequentemente nella terapia individuale.

Naturalmente il trattamento della prima e media adolescenza in gruppo pone la tecnica di conduzione, diversa da quella sui bambini e sugli adulti. In relazione a ciò, la tipologia di intervento è stata differenziata a seconda che si trattasse di preadolescenti o adolescenti. Con i preadolescenti è stato utilizzato il gioco di ruolo e con gli adolescenti il gruppo eterocentrato, vale a dire centrato su un argomento proposto dalle psicologhe o dagli stessi ragazzi.