Nella psicoeducazione per il disurbo bipolare, tra gli obiettivi desiderati o di eccellenza vi sono la riduzione del numero di episodi gravi, l’incrementare la conoscenza e le abilità di fronteggiare le conseguenze psicosociali degli episodi passati e futuri, il migliorare l’attività sociale e interpersonale tra gli episodi, incrementare il benessere e migliorare la qualità di vita. In affiancamento alla terapia farmacologia, la psicoeducazione viene ad oggi considerata un elemento fondamentale in un trattamento efficace del disturbo bipolare.
Obiettivi della psicoeducazionel disturbo bipolare

L’obiettivo finale di qualsiasi trattamento, sia esso psicologico o farmacologico, dovrebbe essere la riduzione dei sintomi della malattia o il miglioramento del suo decorso, e non può limitarsi ad aspetti quali la qualità della vita o la valutazione soggettiva del paziente riguardo al trattamento in questione.
I meccanismi di azione della psicoeducazione nel trattamento del disturbo bipolare, possono essere suddivisi in tre livelli (Colom, 2004):
1 - meccanismi elementari o obiettivi parziali di primo livello;
2 - meccanismi secondari o obiettivi parziali di secondo livello;
3 - obiettivi desiderati o di eccellenza terapeutica.
Nel primo livello sono compresi obiettivi quali il dotare il paziente di una adeguata coscienza di malattia, di migliorare l’aderenza farmacologica e di facilitare la detenzione precoce di nuovi episodi.  Sono considerati obiettivi necessari per l’efficacia della cura, in quanto il loro non raggiungimento ci porta a dire che la psicoeducazione non ha funzionato.
Ad un secondo livello si collocano i meccanismi di secondo ordine, ossia gli obiettivi parziali desiderabili, che senza dubbio, non sono responsabilità esclusiva del programma psicoeducativo. Tra questi sono inclusi l’insegnare al paziente una corretta gestione dello stress, l’evitare l’uso e l’abuso di sostanze, raggiungere una regolarità nello stile di vita, e prevenire una condotta suicida. Prevenire il suicidio è un obiettivo primario di qualsiasi intervento psichiatrico, ma il motivo per il quale è incluso negli obiettivi di secondo livello è perché non è considerato un obiettivo esclusivo della psicoeducazione.
Tra gli obiettivi desiderati o di eccellenza vi sono la riduzione del numero di episodi gravi, l’incrementare la conoscenza e le abilità di fronteggiare le conseguenze psicosociali degli episodi passati e futuri, il migliorare l’attività sociale e interpersonale tra gli episodi, incrementare il benessere e migliorare la qualità di vita.
Una delle differenze fondamentali tra le psicoterapie e la psicoeducazione, è che quest’ultima non si propone di raggiungere un mutamento strutturale nei tratti caratteriali o della personalità. È questo un aspetto importante anche nella fase di chiarimento delle aspettative o dei timori dei pazienti che si accingono a partecipare a un “gruppo di terapia”, per cui alcuni preferiscono chiamarlo in maniera forse riduttiva ma meno deviante, “corso sulla malattia”.
 
Psicoeducazione in gruppo

Nella pratica clinica gli interventi psicoeducativi si differenziano in base alla durata e ai destinatari della psicoeducazione.
Relativamente ai destinatari della psicoeducazione, gli interventi possono essere diretti ai pazienti singoli, ai gruppi di pazienti, o alle famiglie dei pazienti.
In quanto alla durata, molte ricerche supportano l’efficacia di interventi di lunga durata, che si organizzano tipicamente in 21 incontri in un arco temporale che va dai sei mesi per la psicoeducazione in gruppo (Colom, 2009) ai nove mesi per gli interventi sulle famiglie (Miklowitz, 2003).
Nel programma di 6 mesi di psicoeducazione in gruppo, Colom e Vieta (2004) includono argomenti quali la coscienza di malattia, l’aderenza farmacologia, l’evitamento dell’abuso di sostanze, l’individuazione precoce dei nuovi episodi, la regolarità dello stile di vita e gestione dello stress.
Tra i vantaggi di un programma di gruppo di lunga durata vi sono:
-    il contenuto: un programma di 6 mesi permette di affrontare molti argomenti senza lasciare irrisolto alcun argomento;
-    la partecipazione: il coinvolgimento dei pazienti contribuisce a migliorare la comprensione dei contenuti ma anche a diminuire lo stigma e la sensazione di isolamento;
-    la coesione all’interno del gruppo: lo sviluppo di un clima di fiducia consente di affrontare tematiche anche molto personali;
-    il modellamento: il contatto frequente con altri membri del gruppo crea un effetto di “modellamento”, nel senso che ognuno può apprendere dagli errori degli altri e imitarne le esperienze positive.
Un programma di lunga durata porta anche alcuni svantaggi, quali una percentuale di abbandono che normalmente è vicina al 25% (Gaur, 2009), e l’impegno di risorse dedicate e vincolate per tale periodo.
In alternativa, è possibile seguire programmi di durata minore, anche se non vi sono altrettanti riscontri delle ricerche in termini di efficacia.

 

Efficacia della psicoeducazione

 

 

In aggiunta (e mai in sostituzione) alla terapia farmacologia, la psicoeducazione viene ad oggi considerata un elemento fondamentale in un trattamento efficace del disturbo bipolare (Young, 2010).
Una meta analisi del 2007 su otto ricerche, ha dimostrato che trattamenti di tipo psicologico in aggiunta a trattamenti farmacologici, riducono il rischio di ricadute del 40% rispetto a trattamenti farmacologici isolati (Scott, 2007).  Le terapie più efficaci in questa analisi, sono quelle in cui i pazienti erano in fase eutimica all’inizio della psicoeducazione, mentre meno efficaci risultano quelle con pazienti che hanno avuto in passato un numero molto elevato di episodi gravi.
L’influenza del numero di episodi gravi avuti nel passato dai pazienti, nel determinare l’efficacia della psicoeducazione, è stata oggetto di ulteriori ricerche negli ultimi anni. In un recente studio di follow-up a 5 anni di (Colom, 2010), è emerso che i pazienti con più di 14 episodi non hanno tratto alcun beneficio dalla psicoeducazione, quelli da 9 a 14 hanno mostrato un beneficio in termini di minori giorni trascorsi in ipomania e depressione ma non in stato misto o mania. Solo i pazienti con meno di 6 episodi hanno mostrato una riduzione dei giorni trascorsi in qualsiasi tipo di polarità di episodi. Queste conclusioni suggeriscono che la psicoeducazione dovrebbe essere somministrata il prima possibile nel decorso della malattia, rafforzando quindi il concetto di psicoeducazione che agisce come prevenzione.

 

 

Dr. Giovanni La Veglia
Psicologo Clinico
© 2012

 


BIBLIOGRAFIA

 

Colom F., Vieta E., (2004).  Manuale di psicoeducazione per il disturbo bipolare.  Giovanni Fioriti Editore s.r.l., Roma.

Colom F. (2009).  Group psychoeducation for stabilised bipolar disorders: 5-year outcome of randomised clinical trial.  The British Journal of Psichyatry, 194: 260-265.


Colom F., Reinares M., Pacchiarotti I., Popovic D., Mazzarini L., Martinez-Aran A., Torrent C., Rosa A., Palomino- Otiniano R., Franco C., Bonnin C., Vieta E. (2010).  Has number of previous episodes any effect on response to group psychoeducation in bipolar patients? A 5-year follow-up post hoc analysis.  Acta Neuropsychiatrica, 22(2): 50-53

Gaur N., Grover S. (2009).  Outcome of group psychoeducation for stabilised bipolar disorders.  The British Journal of Psychiatry, 2009

Miklowitz D.J., George E., Richards J., Simoneau T., Suddath R. (2003).  A randomized study of family-focused psychoeducation and pharmacotherapy in the outpatient management of bipolar disorder.  Arch. Gen. Psychiatry; 60: 904-912.

Scott J., Colom F., Vieta E. (2007).  A meta-analysis of relapse rates with adjunctive psychological therapies compared to usual psychiatric treatment for bipolar disorder.  The International Journal of Neuropsychopharmacology, 10:1: 123-129.

Young A.H., Nicol I., Michalak E. (2010).  Practical Management of Bipolar Disorder.  Cambridge University Press, 2010.