A. Costache. In tutti i paesi europei occidentali, compresa l’Italia, si sta oramai affermando una realtà sociale pluri-culturale dovuta ai processi di globalizzazione e ai flussi migratori. Questo lavoro tratta del concetto di identità e dei fattori che influiscono in condizione di immigrazione sulla costruzione e la negoziazione delle componenti identitarie, con i rispettivi esiti. E' stata inoltre svolta un'indagine esplorativa sul cambiamento che avviene in alcune componenti dell’identità e in alcuni fattori che influiscono sulla formazione dell’identità, in funzione del tempo di permanenza nella società italiana, di un campione di 31 adolescenti romeni.

 

IDENTITA’ ETNICA NEGLI ADOLESCENTI

 

 

dott.ssa Costache Ana Liliana
        Presidente Associazione "Anxur senza confini"
aliana-costache@hotmail.it

 

 

      INDICE:

  
  Introduzione


1. Processi identitari


1.1 Alla ricerca dell’identità


1.2 Alcune prospettive teoriche sulla formazione dell’identità

         
           1.2.1. Teoria psicosociale di Erikson

        
           1.2.2. Teoria dell’Identità etnica di Phinney

       
           1.2.3. Teoria dell’Identità sociale di Tajfel e Turner

         
           1.2.4. Teoria dei processi identitari di Breakwell


2. Immigrazione e Identità


2.1. Esperienza migratoria e identità


2.2. Alcune definizioni dell’adolescente immigrato


3. Parte sperimentale


3.1 Metodologia per la raccolta dei dati


3.2 Risultati


3.3 Commenti conclusivi


4. Conclusioni

    
     Bibliografia

 

 



Introduzione

 

In tutti i paesi europei occidentali, compresa l’Italia, si sta oramai affermando una realtà sociale pluri-culturale dovuta ai processi di globalizzazione e ai flussi migratori. In un quadro di incremento sostenuto dalla presenza di immigrati in Italia, con una crescente tendenza alla stabilizzazione attestata dall’insediamento familiare, inizia ad acquistare visibilità una componente sociale creata dalla presenza sul territorio italiano di un numero maggiore di minori stranieri. Si tratta dei figli nati in Italia da genitori immigrati, di figli immigrati insieme ai genitori, oppure arrivati in Italia in seguito al ricongiungimento familiare. Nel 1990, in Italia, i romeni presenti erano appena 8000 con un incremento continuo fino a diventare circa 1 milione all’inizio del 2008 (Caritas Italiana, 2008), di cui 116000 minori. Questi ragazzi vivono a contatto con due culture diverse e le loro esperienze di vita sono influenzate da molti fattori familiari, sociali e culturali.

Inizialmente, la tipologia classica della migrazione dalla Romania era di tipo individuale e volontario e prevedeva che solo uno dei coniugi della famiglia, in genere il padre, partiva in cerca di lavoro. Questo creava molte tensioni all'interno delle famiglie e vissuti di abbandono per i figli, rimasti a vivere con solo un genitore o lasciati in custodia ai nonni o parenti più stretti. L’entrata della Romania nella Comunità Europea nel 2007 ha facilitato i ricongiungimenti familiari trasformando il modello iniziale della migrazione individuale in una migrazione di tipo familiare che cerca di insediarsi stabilmente in Italia pur rimanendo con il sogno del rientro in patria. I bambini e adolescenti immigrati insieme ai genitori o arrivati in seguito si trovano a vivere una nuova condizione, condizione di confronto culturale attraverso cui l’adolescente delinea la propria identità. La storia di immigrazione della famiglia, il suo inserimento nella società ospitante, la socializzazione scolastica e l’instaurarsi dei forti legami con i pari influiscono sui processi di negoziazione dell’identità. La nostalgia del rientro in patria delle prime generazioni influisce in termini di isolamento e di precarietà esistenziale sui figli. Molto spesso loro subiscono la scelta di immigrare fatta dai genitori e le conseguenze dei loro disagi trovandosi in una condizione di sospensione che deriverebbe dalla loro appartenenza a due mondi, quello del paese di origine dei genitori e quello in cui si trovano a vivere, divisi tra due identità, quella di partenza e un'identità di arrivo.

Profondamente diversa può essere la realtà delle seconde generazioni, dei figli di genitori immigrati, nati in Italia, poiché loro affrontano dei percorsi di vita, storie personali, percorsi di sviluppo misti in cui vengono a contatto con tratti culturali trasmessi direttamente dalla famiglia di origine ed esperienze sociali e culturali realizzate nella società ospitante. E‘ molto più probabile che queste nuove generazioni maturino aspettative diverse, modi di vita, competenze e valori simili alla popolazione autoctona. Non necessariamente devono transitare tra due identità contrapposte, ma al contrario possono abituarsi a frequentare i due ambienti diversi. Anzi, nell’era della globalizzazione, a loro volta, vengono in contatto con altre culture e subculture di diversa provenienza e matrice culturale.

L’incontro tra culture attiva riflessioni sull’importanza dell’appartenenza etnica e sull’influenza che la stessa ha sulla costruzione dell’identità. Varie componenti dell’identità, specialmente l’identità etnica, viene messa in discussione, negoziata e ricostruita in condizione di immigrazione.

Nel primo capitolo di questo lavoro si cerca di approfondire il concetto di identità, con una rassegna di prospettive teoriche che hanno contribuito a delineare il concetto di identità e la sua formazione. Si farà riferimento a un contributo teorico della psicologia dello sviluppo, la Teoria psicosociale di Erikson, per il quale il periodo dell’adolescenza è un periodo nodale nella formazione dell’identità. Il concetto di “ Identità dell’Io” di matrice Eriksoniana (Erikson, 1968) e “il paradigma degli stati di identità” elaborato da Marcia (1966) hanno ispirato il Modello degli Stadi di Sviluppo dell’Identità etnica di Phinney e collaboratori (1989, 1990, 1992), modello che sarà presentato in seguito. Dei contributi della psicologia sociale alla formazione dell’identità è stata presa in considerazione la Teoria dell’Identità sociale di Tajfel e Turner (1986).

Il secondo capitolo approfondisce i fattori che influiscono in condizione di immigrazione sulla costruzione e la negoziazione delle componenti identitarie, con i rispettivi esiti, prendendo come riferimento la teoria dei processi identitari di Breakwell.

Il terzo capitolo contiene un'indagine esplorativa sul cambiamento che avviene in alcune componenti dell’identità e in alcuni fattori che influiscono sulla formazione dell’identità, in funzione del tempo di permanenza nella società italiana di un campione di 31 adolescenti romeni. Hanno partecipato alla ricerca adolescenti romeni che vivono in Italia, di età compresa tra 13 e 19 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 1. Processi identitari

 


1 .1. Alla ricerca dell’identità


Nell’approccio psicologico ai problemi dell’identità, gli studi e le teorie di riferimento sono molteplici. In ambito psicoanalitico la ricerca di elementi centrali dell’individuo e delle sue relazioni ha fatto emergere i concetti di Io e Sé. Nella psicologia dell’Io, gli studi concordano sul concetto che l’Io si generi nel rapporto con gli altri. Per Freud (1922), l’Io è un elemento basilare per l’adattamento dell’individuo alla realtà. Anna Freud e Heinz Hartmann (Fiorelli, 2007) sostengono che l’Io ha la capacità di mantenere la propria unità e continuità nel susseguirsi di cambiamenti attraverso una progressiva acquisizione di competenze e di funzioni quali percezione, capacità motoria, intelligenza, meccanismi di difesa o capacità di mantenere relazioni relativamente stabili con gli oggetti. Nella prospettiva delle scienze sociali ci soffermiamo sul concetto di Sé di G.H. Mead. Egli considera il Sé intimamente legato a vari aspetti sociali e si sviluppa come risultato delle esperienze dell'individuo nel processo di socializzazione. Secondo il contesto di riferimento, all’interno dell’individuo si forma una molteplicità di auto rappresentazioni, di Sé elementari che vanno a formare il Sé unitario. La quantità del Sé che un individuo esprime nell’esperienza quotidiana è determinata dall’esperienza sociale. La struttura unitaria del Sé nella sua totalità rispecchia la struttura unitaria del processo sociale nella sua unità e ogni Sé elementare rispecchia uno dei molteplici aspetti del processo sociale nel quale l’individuo è coinvolto. Un aspetto fondamentale per la genesi del Sé è secondo Mead, il gioco organizzato, attraverso il quale il bambino si abitua all’assunzione dei ruoli sociali e inizia a tenere presente l’atteggiamento degli altri giocatori. Questo gruppo sociale organizzato in cui il bambino si sente un’unità distinta dagli altri, in cui percepisce la sua unità poiché Sé, viene denominato da Mead “l’altro generalizzato”. L’identità risulta essere l’esito di un complesso percorso maturativo contrassegnato dalla progressiva costruzione di un Sé differenziato dagli altri e dotato di autonomia.



1.2. Alcune prospettive teoriche sulla formazione dell’identità


 L’identità è stata da sempre affrontata da prospettive diverse e all’interno di diverse discipline, dalla filosofia alle scienze sociali e antropologiche, alla pedagogia e alla psicologia. L’individuo, infatti, può essere esaminato da diversi punti di vista: come individuo, nel rapporto interattivo con gli altri o in rapporto agli schemi che intervengono per orientare se stesso nelle situazioni.

All’interno dell’approccio Kleiniano, Grinberg e Grinberg (1989) considerano ”l’identificazione primaria“ come il nucleo più arcaico dei meccanismi di identificazione dal quale si sviluppa e si organizza il sentimento di identità. Successivamente, in seguito ad una frattura nell’identificazione primaria ha luogo la formazione della prima categoria che per la prima volta permette la contrapposizione di un oggetto esterno al soggetto (Belardinelli, 1994) e così avviene l’incontro con la madre. Nei primi mesi di vita, il rispecchiamento visivo e vocale del comportamento dell’infante da parte della madre determina la comparsa di un primo senso del Sé come Sé relazionale (Fogel, 1995). La costruzione dell’identità inizia quando il bambino per la prima volta riconosce la madre e si sente riconosciuto la lei.

In sociologia, P.L. Berger e T. Luckmann (1969), influenzati sia da Mead sia da Piaget approfondiscono lo studio della formazione dell’identità delineando una differenziazione tra socializzazione primaria e secondaria in rapporto all’acquisizione dei ruoli sociali. Per quanto riguarda la socializzazione primaria, Berger e Luckmann sottolineano la necessità dell’identificazione del bambino con le figure di riferimento e l’ineluttabilità di acquisire insieme al proprio nome la collocazione sociale relativa. La capacità del bambino di apprendere norme e significati a lui preesistenti avverrebbe attraverso il meccanismo meadiano ”dell’altro generalizzato”. La formazione “dell’altro generalizzato” nella coscienza implica l’interiorizzazione della società in quanto tale e della realtà oggettiva istituita e allo stesso tempo l’affermazione soggettiva di un senso di identità coerente e continua. Per quanto riguarda la socializzazione secondaria, gli stessi autori precisano il collegamento tra la socializzazione secondaria e l’acquisizione dei ruoli sociali tenendo presente la variabilità socio-culturale. Berger e Luckmann affermano che è molto più facile abbandonare significati e ruoli acquisiti durante la socializzazione secondaria di quanto possa accadere per le acquisizioni avvenute durante la primaria.

Nella prospettiva della psicologia dello sviluppo un importante contributo nello studio dell’identità è stato dato da Erickson.

 

 

 

 

 

1.2.1. Identità psicosociale di Erikson

 

Uno degli autori che è stato maggiormente impegnato nello studio dell’identità è Erik H. Erikson, il quale ha sottolineato sia il carattere interdisciplinare sia il carattere storico-culturale dell’identità. Per Erikson vi è una sorta di equivalenza tra cultura e identità. La cultura può essere vista come l’insieme delle identità interagenti all’interno di un gruppo, legate tra loro da interdipendenze in parte direttamente determinate. Ogni individuo nel suo agire opera secondo un'identità culturale che acquisisce, definisce, modifica e ridefinisce lungo tutta la sua esistenza. L’identità sta a indicare l’incontro, l’interazione tra l’individuo e la sua cultura di riferimento, l’identità è un apparato simbolico, operativo, regolativo attraverso il quale l’individuo si orienta all’azione e sceglie tra più alternative possibili preservando la sua coerenza psichica e culturale in un determinato contesto culturale caratterizzato nel tempo e nello spazio.

Il principio alla base della sua teoria è quello “epigenetico”, termine mutuato da Erikson dall'embriologia, con il quale intende rilevare la presenza di un piano di base il quale si evolve, si differenzia, si organizza gerarchicamente, a sequenza stadiale. L’identità si sviluppa, attraversando delle crisi, secondo le tappe di una predeterminata attitudine dell’organismo umano a indirizzarsi verso altri individui e diventare a poco a poco consapevole dello svolgersi di una relazione con gli altri.

Il modello evolutivo seguito da Erikson é il modello evolutivo di Freud. Egli accetta le nozioni di base della teoria freudiana: strutture psicologiche, conscio, inconscio, pulsioni, stadi psicosessuali, il continuum normale-anormale e il metodo psicoanalitico. Allarga invece la teoria freudiana aggiungendo una dimensione psicosociale, sviluppando 8 stadi psicologici che si estendono lungo tutto il corso di vita. La maturazione e le attese sociali concorrono a creare otto crisi, intese come problemi che il bambino deve risolvere, ognuna evidente in un particolare stadio dello sviluppo ma presente in tutto il ciclo di vita. Ciascuna crisi può avere conseguenze sia negative sia positive. Erikson sostiene che il tema principale della vita è la ricerca dell’identità intesa come comprensione sia del Sé sia della società. L’identità subisce delle trasformazioni da uno stadio all’altro e le forme precedenti di identità influenzano le forme successive.

Situa la formazione dell’identità nel periodo adolescenziale, dopo una crisi che se non ha positiva soluzione può portare sia a uno stato di confusione di identità, sia alla formazione di un’identità negativa. Questo periodo, nella teoria Ericksoniana corrisponde al quinto stadio che viene definito da lui “moratoria psicosociale”. E’ questo lo stadio della crisi di identità, concetto con il quale Erikson intende il delicato passaggio della vita infantile alla vita adulta. L’adolescente cerca di rendere coerenti la percezione dei rapidi cambiamenti psicologici e i cambiamenti fisici in un corpo che ha bisogni sessuali sconosciuti, con i ruoli di responsabilità che inizia ad assumere e l’immagine che gli rimandano gli altri significativi. Inoltre egli cerca di confrontarsi con il concetto di adolescenza esistente nella società in cui vive. Il ruolo dell’adulto è importante nel superamento della crisi di identità perché l’adolescente tenta di assumere ruoli con responsabilità crescente (che riguardano aspetti del lavoro, dei rapporti intimi, della partecipazione sociale e politica, della scoperta del mondo) e ha bisogno di non essere lasciato solo nella gestione delle eventuali conseguenze. L’adulto deve assumere un atteggiamento di permissività selettiva. La crisi può avere esiti diversi.

I fattori che influiscono sull’evoluzione e sull’esito della crisi sono: la precedente formazione dell’adolescente e il superamento delle crisi precedenti, l’atteggiamento delle persone in relazione con lui/lei, il momento storico. Se l’esito è positivo, l’adolescente esce dal periodo di “moratoria” acquisisce un’identità relativamente stabile, cioè capace di conservare continuità e coerenza e di rispondere alle richieste sociali di acquisizione dei ruoli. Se l’esito è sfavorevole, emerge nella realtà personale e relazionale dell’adolescente una confusione, diffusione di identità che comporta l’incapacità di assumere ruoli definiti sia nell’aspetto lavorativo sia nei rapporti in generale determinando la permanenza dell’adolescente nel periodo di “moratoria”. Inoltre, possono comparire dei sintomi o vissuti di inadeguatezza che la clinica psichiatrica ha definito come disturbi di personalità. Per reagire a un'incombente diffusione della propria identità, l’adolescente può tentare di acquisire dei ruoli e quindi un’identità, che sintetizzi le caratteristiche che gli altri (principalmente i genitori) hanno sempre considerato negative, definita da Erikson identità negativa. La confusione di identità o l’identità negativa può avere degli aspetti fortemente creativi e di cambiamento di aspetti del proprio sistema relazionale se non addirittura di aspetti del sistema sociale o culturale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 1.2.2. Identità etnica di Phinney

 

Sempre nella prospettiva evolutiva, in linea con la teoria di Erickson, la componente etnica dell’identità considerata come un aspetto della più generale immagine di Sé è stata interesse di studio, per i cambiamenti evolutivi attraverso i quali la componente etnica viene elaborata all’interno del concetto che l’individuo ha di sé. Gli studi in questa prospettiva hanno privilegiato l’adolescenza, poiché è l’età in cui la componente etnica viene messa in discussione, così come avviene per altre componenti identitarie.

Secondo alcuni studi (Aboud, 1987; Rotheram, Phinney, 1987; Phinney, 1990), i processi di formazione dell’identità etnica si estendono al mondo dell’infanzia nel quale vengono rintracciati i “precursori” dell’identità etnica. L’autocategorizzazione tenderebbe a svilupparsi già a partire dai tre o quattro anni di vita del bambino. Intorno ai nove anni di età, la percezione di avere le stesse caratteristiche fisiche, psicologiche e sociali possedute anche dagli altri membri del gruppo di appartenenza strutturerebbe la capacità di identificarsi con il proprio gruppo etnico e la consapevolezza che l’appartenenza etnica rimane costante nonostante possibili cambiamenti. Altri precursori sono la conoscenza e la pratica degli usi e dei comportamenti etnici e gli atteggiamenti espressi nei confronti del proprio e degli altri gruppi etnici. L’integrazione della componente etnica dell’identità all’interno della struttura identitaria presuppone un processo di negoziazione, di socializzazione etnica attraverso il quale l’individuo acquisisce le norme, i valori, i comportamenti, gli atteggiamenti del gruppo a cui appartiene e inizia a percepirsi come membro del rispettivo gruppo, diventa consapevole dell’esistenza di altri gruppi etnici e ne fa il confronto.

Il concetto di” Identità dell’Io” di matrice Eriksoniana (Erickson, 1968) e il “paradigma degli stati di identità” elaborato da Marcia (1966) hanno ispirato il modello a tre stadi di sviluppo dell’identità etnica di Phinney e collaboratori (1989, 1990, 1992). Secondo tale modello, i soggetti appartenenti a minoranze etniche acquisiscono la propria etnicità partendo da un’identità etnica non ancora ricercata, attraversando un periodo di esplorazione e ricerca del significato che l’etnicità ha per se stessi.

Ogni stadio di questo modello corrisponde agli stadi di identità di Marcia. Il modello degli stadi di identità di Marcia (1966) si fonda su un approfondimento della nozione di impegno e su un allargamento della descrizione dicotomica tra impegno e confusione dei ruoli alla quale Erikson (1968) collega il processo di formazione dell’identità nell’adolescenza. Operazionalizzando il concetto di esplorazione delle scelte identitarie che la società offre alle nuove generazioni e il concetto di impegno nei confronti delle scelte effettuate in ambiti diversi della propria vita, Marcia arriva a definire quattro tipi di identità frutto della combinazione delle due variabili operazionalizzate: acquisizione dell’identità quando attraverso un processo di esplorazione si giunge all’elaborazione di un’identità personale originale; moratoria, esplorazione in corso, impegno vago, assente o rimandato nella difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra le proprie ambizioni e la vita; diffusione dell’identità, esplorazione e impegno assenti, quando l’esplorazione non conduce che a identificazioni momentanee e dispersive senza impegno duraturo; blocco dell’identità con mancata esplorazione e impegno che si limita alla ripetizione dei modelli forniti dagli adulti significativi.

 

Modello degli stadi di sviluppo dell’identità etnica di Phinney e collaboratori (1992)


1 stadio - Identità etnica non ancora esaminata


Questo stadio corrisponderebbe agli stadi di chiusura e diffusione del modello di Marcia, caratterizzato dalla mancanza di interesse per la dimensione etnica della propria identità (diffusione) ma con un esito che potrebbe essere quello dell’accettazione acritica della cultura e dei valori degli adulti significativi con i quali gli adolescenti si identificano (chiusura).


2 stadio – Ricerca dell’identità etnica

 

Inizia uno stadio di esplorazione e tentativi di comprensione dell’etnicità per se stessi attraverso attività di vario genere (letture, partecipazioni a eventi culturali, viaggi, richiesta di informazioni), l’oggetto di esplorazione riguarda prevalentemente le differenze culturali tra il proprio gruppo e quello dominante, le immagini e gli stereotipi attribuiti al proprio gruppo nella società ospitante, le esperienze di pregiudizio e di discriminazione alle quali sono sottoposti gli appartenenti allo stesso gruppo etnico. Questa fase tende a iniziare con l’età adolescenziale perciò si tenta di pensare che ci sono delle caratteristiche individuali (nuove abilità cognitive, sociali ed emozionali acquisite che determinano una ristrutturazione dell’immagine di Sé) e dei fattori esterni (nuove relazioni sociali) che catalizzano e rafforzano la consapevolezza della propria identità etnica.

 

3 stadio – Acquisizione dell’identità etnica

Secondo gli studi della Phinney, l’acquisizione dell’identità etnica tende a crescere nel passaggio della media alla tarda adolescenza (16-19 anni) e solo dopo aver risolto i conflitti e le contraddizioni legate allo status minoritario del gruppo di appartenenza con esito di una profonda comprensione e apprezzamento della propria etnicità.

 

 

 

 

 

1.2.3. La teoria dell’identità sociale

( Social Identity Teory – SIT ) di Tajfel e Turner


La scelta migratoria è una condizione che pone l’individuo nella situazione di confronto sociale con altri gruppi e attiva il processo di negoziazione della propria identità etnica. Tale processo attraverso il quale l’individuo costruisce, preserva o afferma la propria etnicità è influenzato dalla posizione sociale riconosciuta al gruppo etnico - culturale con il quale esso si identifica.

La Social Identity Theory (SIT) si offre come uno dei principali modelli esplicativi di mesolivello della psicologia sociale contemporanea, sia relativamente agli approcci di social cognition che per la comprensione delle dinamiche funzionali intergruppi. La SIT (che è in realtà un "modello complesso", composto da diverse sottoparti), è stata sviluppata primariamente in Inghilterra da Henri Tajfel e John Turner a partire dagli anni '70. Secondo la teoria dell’identità sociale, l’individuo tende a raggiungere e mantenere un'immagine positiva di sé attraverso aspetti personali, specifiche capacità, competenze personali, talento (identità personale), ma anche attraverso la consapevolezza di essere membro di un gruppo sociale (identità sociale). Tale teoria ha fornito un importante contributo a individuare alcune dimensioni costitutive del concetto di identità. Di primaria importanza è il processo di categorizzazione sociale attraverso il quale l’individuo semplifica la conoscenza del mondo e acquisisce dei riferimenti di valori utili per orientare le azioni e i comportamenti nell’ambiente sociale. L’individuo colloca se stesso e gli altri all’interno di un gruppo sociale sulla base dei criteri dei sistemi valoriali acquisiti e con essi, i sistemi di categorie, di stereotipi e di pregiudizi che orientano la percezione del mondo. Appartenenza sociale è però solo una delle condizioni che per Tajfel (1981) definisce l’identità sociale e quindi anche l’identità etnica. In effetti, in seguito al processo di acculturazione e in particolari contesti, l’individuo può decidere di prendere le distanze dal proprio gruppo e assimilare il sistema valoriale del gruppo ospitante. Secondo Tajfel (1981), all’appartenenza sociale, l’individuo deve associare un significato emotivo e valutazioni positive. Il bisogno di autostima e la necessità di mantenere un’immagine positiva di sé spingono l’individuo a ricercare attraverso il confronto con gli altri gruppi una specificità del gruppo di appartenenza che potesse essere valutata come positiva e di afferire al gruppo che gli può garantire un’identità sociale positiva.

Per Liebkind (1992), il processo di identificazione sociale costituisce l’esito della valutazione delle somiglianze e delle differenze percepite tra se stessi, i membri della propria categoria d’appartenenza e quelli degli altri gruppi assunti a confronto. I risultati di questi processi di confronto sono rintracciabili attraverso tre indicatori: la depersonalizzazione (la tendenza a descriversi utilizzando gli attributi stereotipici del gruppo di appartenenza), la differenziazione e il favoritismo ingroup (la tendenza a evidenziare differenze dalle altre persone appartenenti ad altri gruppi etnici), e la consapevolezza che l’origine etnica rimane costante nonostante cambiamenti percepiti nel tempo e nei diversi contesti relazionali.

 

 

 

 

 

 

 

 1.2.4. L’identity Process Teory di Breakwell

 

Gli studi legati alla teoria della categorizzazione del sé hanno preso in considerazione solo la componente etnica dell’identità trascurando che la migrazione può comportare cambiamenti rilevanti non soltanto rispetto alla categoria etnica con la quale l’individuo si identifica ma anche in molte dimensioni dell’identità personale. L’interazione sociale viene modulata dall’appartenenza etnico-culturale non soltanto attraverso le caratteristiche stereotipiche associate al proprio gruppo ma anche attraverso l’influenza che la stessa appartenenza esercita sul bagaglio di risorse che l’individuo ha per interagire con l’ambiente. L’esperienza migratoria può portare cambiamenti nella struttura dell’identità come ben precisa Breakwell nella sua teoria dei processi identitari (1986). Secondo l’autrice, l’identità è il risultato dell’interazione dinamica tra i processi intrapsichici e le strutture (fisiche e sociali) e i processi di influenza del contesto sociale. L’identità è una struttura che ha dimensioni di contenuto e dimensioni valutative/affettive. La dimensione di contenuto comprende le caratteristiche personali (valori, attitudini, stili cognitivi) e sociali (ruoli, appartenenze) dei soggetti e sono organizzati all’interno della struttura identitaria in funzione del grado di centralità, della disposizione gerarchica dei diversi elementi e della salienza relativa delle diverse componenti. A ogni contenuto della struttura viene associato un valore positivo o negativo che costituisce la dimensione valutativa / affettiva dell’identità. L’identità viene cosi regolata dal rapporto dinamico tra i processi psicologici dell’assimilazione – accomodamento –valutazione, processi che implicano un ruolo attivo del soggetto nella costruzione della propria identità, monitorando il suo stato (il soggetto è sempre consapevole di se stesso) e rinnovando, rimpiazzando, rimuovendo e rinviando elementi dell’identità. Le relazioni interpersonali, l’appartenenza sociale, le dinamiche intergruppi alle quali le persone partecipano in vari contesti sociali forniscono ai soggetti diversi ruoli, sistemi di credenze e valori di riferimento. Attraverso l’assimilazione, nuove componenti identitarie vengono assorbite all’interno della struttura preesistente, l’accomodamento implica una ristrutturazione inglobando le nuove componenti e attraverso i processi di valutazione le nuove dimensioni acquistano significato e valore. Considerando l’identità come un processo sociale dinamico (Breakwell 1986), gli input esterni, le richieste derivati dai contesti sociali e il cambiamento del contesto sociale che l’immigrato affronta, determinano delle revisioni e ristrutturazioni dei contenuti identitari, della loro strutturazione all’interno dell’identità e dei valori positivo / negativo a essi associati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 2. Immigrazione e identità

 


2.1. Esperienza migratoria e identità

 

L’identità etnica ha una natura relazionale e situazionale, di conseguenza la coscienza etnica e la manifestazione della propria identità etnica sono particolarmente attivate in condizione di immigrazione e possono variare a seconda dei contesti sociali, storici e territoriali. Gli aspetti personali che sono coinvolti nella formazione dell’identità etnica e sociale sono molti e l’esperienza migratoria comporta cambiamenti rilevanti in dimensioni dell’identità personale, quindi varie ristrutturazioni e negoziazioni dell’identità che modulano le relazioni interpersonali. L’esperienza migratoria può costituire una minaccia all’identità (Timotijevic e Breakwell, 2000) quando i cambiamenti mettono a prova i principi di continuità, autoefficacia, di autostima e distintività sui quali l’identità stessa si struttura.

Considerati gli aspetti personali che concorrono alla negoziazione dell’identità, la condizione di immigrato o figlio di immigrati è particolarmente critica nel periodo adolescenziale. I fattori implicati nel processo di formazione della propria identità e nel processo di negoziazione dell’identità etnica sono molteplici.

A livello socio-culturale va tenuto in considerazione l’orientamento culturale con il grado di vicinanza/distanza culturale della società di accoglienza, le scelte politiche, i percorsi storici e gli atteggiamenti rispetto all’immigrazione (tolleranza/razzismo) .

A livello intergruppi, la posizione sociale e il valore attribuito al gruppo di appartenenza costituiscono un fattore importante per il mantenimento di un’immagine positiva di sé, perciò anche la posizione socialmente svantaggiata nella quale si trova spesso chi immigra può costituire un fattore che influisce sul processo di costruzione o ristrutturazione dell’identità. Specifici tratti fisici (colore della pelle), aspetti linguistici e culturali possono diventare dei marcatori sociali che accentuano la differenziazione da altre categorie sociali e possono rappresentare una minaccia identitaria. I motivi che spingono le persone a immigrare (rifugiato, profugo, seconda generazione, figlio di coppia mista) associati ai pregiudizi sul gruppo di appartenenza possono influire sulla percezione dell’esperienza migratoria e di conseguenza sull’identità. La scarsa attrattività attribuita al gruppo di appartenenza, la scarsa distintività percepita dall'individuo rispetto al gruppo di appartenenza incidono sui processi di negoziazione dell’identità a cui le persone devono far fronte rispetto al valore e al significato attribuito alla propria identità, tanto per mantenere un’identità già esistente, quanto per poterla modificare o adattare alle mutate condizioni contestuali e ambientali.

A livello interpersonale, si deve far riferimento al rapporto che il nuovo arrivato stabilisce con i valori e le norme trasmesse attraverso i processi di socializzazione familiare e scolastica nel caso di bambini e adolescenti. La condizione di immigrato o figlio di immigrati è particolarmente critica specialmente nel periodo adolescenziale. Gli adolescenti si trovano in un periodo della loro vita in cui devono affrontare il compito di definire se stessi, particolarmente centrale in questa età (Marcia et al.1993) sotto la pressione di sistemi di valori di e di credenze a volte contrastanti (Nidorf, 1985). Rispetto ai sistemi di valori e di credenze, gli adolescenti immigrati o figli di immigrati si trovano a confrontarsi con due culture, quella della famiglia di origine e quella della società ospitante perciò diventa di fondamentale importanza il modello di socializzazione della famiglia, gli atteggiamenti assunti dalla famiglia in difesa delle proprie tradizioni culturali (Rosenthal, 1987; Phinney, Chavira, 1992) e l’apertura nei confronti delle diversità culturali (Phinney, Nakayama, 1991). Altrettanto importante è il progetto migratorio della famiglia di origine e il ruolo decisionale che l’adolescente ha all’interno di questo progetto, le aspettative nei confronti del futuro, le rappresentazioni cognitive strutturate rispetto all’esperienza migratoria. L’immigrazione non è raffigurabile come un processo lineare (Losi, 2000), ma circolare poiché rimane sempre vivo il progetto più o meno realizzabile di rientro in patria. E’ evidente che in questi casi i processi di negoziazione dell’identità rimangono sospesi tra due mondi: quello in cui l’immigrato vive e quello sempre più immaginabile dove vorrebbe tornare oppure quello sconosciuto nel caso di figli di immigrati nati nella società ospitante i genitori, in cui loro stessi verrebbero vissuti come stranieri. Il processo di negoziazione delle componenti etniche della propria identità vengono ulteriormente influenzate dall’appartenenza a una comunità etnica strutturata e socialmente visibile e dalla posizione di inferiorità che spesse volte viene riconosciuta alle minoranze etniche.

I fattori individuali implicati nel processo di negoziazione dipendono dal periodo del percorso evolutivo in cui avviene l’immigrazione e dai cambiamenti evolutivi in atto, dalle caratteristiche cognitive e di personalità, dallo status socio-economico, dal luogo di nascita, l’età, zona di residenza, propensione all’apprendimento della lingua, tempo di permanenza.

Analizzando le componenti incluse nel costrutto dell’identità sociale di Tajfel, Ashmore (2004) ha individuato sette componenti che contribuiscono a definire l’identità collettiva e quindi anche quella etnica.

  1. Autocategorizzazione. Identificare se stessi come appartenenti a un gruppo è una condizione essenziale da cui dipendono anche le altre dimensioni. Secondo Ashmore è importante che la persona sia sicura della sua appartenenza (certezza riguarda all’autocategorizzazione) e misurare la tendenza a vedersi come un membro proto tipico di un gruppo o al contrario come un elemento marginale (percezione della similarità/proto tipicità).

  2. Valutazione. La valutazione positiva o negativa del gruppo di appartenenza influisce sul concetto di autostima.

  3. L’attaccamento e il sentimento di interdipendenza. Si riferisce al sentimento di appartenenza al proprio gruppo, al quanto l’individuo senta che il suo destino e sovrapposto a quello del gruppo. Ashmore ha individuato tre aspetti attraverso i quali questa dimensione è stata misurata: l’implicazione affettiva o impegno nei confronti del proprio gruppo, sentimento di interconnessione con gli altri e la percezione di un destino comune. Questa componente risulta essere indipendente dall’autocategorizzazione e dalla valutazione del gruppo.

  4. L’identificazione etnica e il concetto di sé. Sono state studiate due dimensioni: l’importanza esplicita o centralità attribuita alla propria identità collettiva nell’immagine di sé; l’importanza implicita o salienza gerarchica dell’identità sociale nella struttura del sé, cioè la collocazione che tale identità ha rispetto alla strutturazione gerarchica del sistema del sé.

  5. Il radicamento sociale e le pratiche culturali. Queste dimensioni rafforzano il sentimento di identificazione sociale e fanno riferimento all’entità delle relazioni e dei contatti che gli individui strutturano all’interno o all’esterno del proprio gruppo e il grado di coinvolgimento. Le pratiche culturali più frequente utilizzate sono l’affiliazione religiosa, l’uso della lingua di origine, attività politica a favore del proprio gruppo, partecipazione a feste, club presenti sul territorio, preferire i servizi offerti dai connazionali, atteggiamenti comuni verso aspetti della propria cultura (musica, cibo, celebrazioni, mass-media, il grado di conoscenza della cultura e della storia del proprio gruppo etnico).

  6. Gli atteggiamenti interetnici e le strategie di acculturazione. Si riferiscono agli atteggiamenti degli individui verso il proprio gruppo, l’orientamento della popolazione autoctona verso le minoranze etniche e ai cambiamenti degli atteggiamenti nei confronti della propria identità etnica, cambiamenti che avvengono quando due gruppi con culture diverse vengono in contatto.

  7. I contenuti e i significati dell’identità etnica. Questa dimensione riguarda gli attributi personale, le credenze sulla storia e sulla posizione sociale del gruppo di appartenenza (ideologia) e le rappresentazioni narrative che gli individui costruiscono sul sé e sulle categorie alle quali appartengono. Gli attributi personali sono centrati sull'attribuzione di caratteristiche che gli individui considerano descrittive del proprio gruppo (stereotipi); ideologia fa riferimento alle credenze collettive riguardando il potere, le risorse, il prestigio del gruppo di appartenenza, la legittimità attribuita al sistema di stratificazione esistente; le rappresentazioni narrative che gli individui costruiscono sul sé sono storie che includono pensieri, sentimenti, immagini del passato, del presente e del futuro.

L’esito dei percorsi identitari degli adolescenti stranieri è incentrato su quattro alternative (D’Ottavi, 1991):

  1. Adolescenti che si identificano esclusivamente attraverso il senso di appartenenza alla cultura originaria, affermando la propria identità etnica attraverso la resistenza culturale. Fanno riferimento prevalentemente o esclusivamente alla cultura o all’identità etnica proposta dai propri genitori;

  2. Adolescenti che rifiutano l’identità di origine e che si identificano totalmente attraverso l’appartenenza alla società dove sono nati o cresciuti assimilandone i valori e i significati; 

  3. Adolescenti che si sentono di non appartenere a nessuna della due e si situano passivamente tra entrambe vivendo in condizioni di marginalità. Si trovano nella situazione di non scegliere nessuna proposta identitaria oppure di trovare strategie alternative.

  4. Adolescenti che sono coscienti di appartenere a due culture, di possederle entrambe di armonizzare e integrare i valori delle due differenti culture in un’identità plurale (D’Ottavi, 1991).

Una recente ricerca longitudinale durata quattro anni, effettuata su 593 adolescenti e le loro famiglie che vivono in Pacific Northwest, negli Stati Uniti ha studiato le traiettorie di sviluppo dell’identità etnica partendo dalla pre-adolescenza. In questa ricerca il 41% degli adolescenti hanno incrementato nel tempo la loro identità etnica. Il 30% aveva già un buon senso di identità etnica ed è rimasta stabile durante il tempo della ricerca. Il 4,5 % ha mostrato un basso senso di identità etnica che però ha mantenuto nel tempo. Gli studiosi spiegano il mantenimento basso del senso di identità etnica in questi adolescenti attraverso l’influenza familiare. Altre due categorie di adolescenti hanno mostrato un alto senso di identità etnica inizialmente, che però è andata diminuendo nel tempo, rispettivamente del 10,8% e del 7,3%. Gli autori spiegano questa perdita della propria identità etnica con il fatto che i ragazzi sono venuti in contatto con loro coetanei di diversi gruppi etnici cambiando scuola dalle medie alle superiori e non sono arrivati allo stadio di risoluzione e affermazione dell’identità etnica (Huang, Cindy, Y. , Stormshak, Elisabeth, A., 2011).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 2.2. Alcune definizioni dell’adolescente immigrato


Come specificato in precedenza, gli adolescenti che si trovano nella condizione di immigrato hanno storie familiare e percorsi di immigrazione diversi. I percorsi storici e delle scelte politiche e culturali del paese di accoglienza influiscono sul processo di socializzazione, sulla strutturazione dei percorsi di costruzione dell’identità, sulle modalità attraverso le quali gli adolescenti fanno fronte ai problemi identitari derivanti dall’esperienza migratoria e quindi sull’emergenza delle difficoltà che gli adolescenti potrebbero incontrare.

Si giunge di conseguenza alla domanda se, i minori stranieri, minori immigrati, figli di immigrati, seconde generazioni di immigrati, minori, che sono giunti qua in età più avanzata sono uguali o diversi dai minori nati o cresciuti nella società italiana da piccoli? Come vengono definiti gli adolescenti, nati in Italia o che hanno raggiunto il territorio italiano insieme o successivamente all’arrivo della famiglia?

L’accezione di seconde generazioni tende a essere abbastanza ampia. Per alcuni autori la seconda generazione si riferisce solamente ai figli della prima generazione di immigrati presenti in Italia. Per altri autori, per seconda generazione s'intende tanto i figli degli immigrati nati sul territorio italiano quanto quelli che sono arrivati in seguito al ricongiungimento familiare. Per esempio, il Dossier CARITAS del 2001 (2001: 176-177) intende per seconda generazione “ i figli di immigrati nel paese d’accoglimento, quelli che hanno seguito o raggiunto i genitori, e i figli di coppie miste”. In modo analogo, Valeri (1996) definisce seconde generazioni “ i figli degli immigrati presenti in Italia che hanno raggiunto il genitore o i genitori già emigrati, oppure che sono emigrati insieme alla famiglia o, ancora che sono nati in Italia”. Considera la seconda generazione la generazione del sacrificio, mentre la prima è composta dai pionieri, seconda generazione doppiamente straniera, con l’incertezza di poter permanere nel paese che lo ha ospitato oppure dove è nato.

Per alcuni autori invece, le seconde generazioni si distinguono in funzione del luogo e del periodo e del percorso di scolarizzazione del bambino. Il Dizionario della Diversità (Bolaffi, Gindro, Tentori, 1998) definisce di seconda generazione.

i figli degli immigrati: a) nati nel paese in cui sono emigrati i genitori; b) emigrati insieme ai genitori; c) che hanno raggiunto i genitori a seguito del ricongiungimento familiare o comunque in un periodo successivo a quello di emigrazione di uno solo o di entrambi i genitori.” Devono aver compiuto una parte della loro scolarizzazione nel paese in cui i genitori hanno emigrato.

Per Ambrosini e Boccagni (2002:27), le seconde generazioni non sono definite da caratteristiche culturali e comportamentali tipiche bensì dal loro maggiore grado di socializzazione nel contesto socioculturale italiano, considerando i percorsi di integrazione delle seconde generazioni variabili in funzione delle opportunità, dei modi di accesso ai beni della società, dell’accoglienza, dagli ambiti di partecipazione alla società, perciò i percorsi di integrazione non sono predeterminati.

Ceci Rami (2000) considera più opportuno parlare di “figli di genitori stranieri”, ” nel momento in cui questi immigrati sono in realtà nati da genitori immigrati nel paese dove risiedono o vi sono giunti in tenera età; questo significa che l’educazione scolastica e l’educazione al mondo esterno, i punti di riferimento sociali sono quelli propri dei loro coetanei figli di genitori originari del paese d’immigrazione, e costituiscono una componente fondamentale nella costruzione delle identità individuali.”

Cologna e Breveglieri (2003) chiarisce che il termine di seconda generazione e controverso “ da un lato suggerisce l’estraneità al contesto di nascita e di socializzazione di individui che in realtà non vi sono mai immigrati, dall’altro sembra implicare un riconoscimento della loro appartenenza al paese di nascita che, di fatto, non viene accordato, perché in Italia chi nasce figlio di stranieri resta straniero.”

L’espressione seconda generazione, quindi può trasformarsi in uno stereotipo a carico di individui che partecipano al progetto migratorio dei genitori primo-migranti, ma che in realtà, specialmente i figli nati e cresciuti in Italia, modificano il progetto migratorio dei genitori. Sono figli che hanno un legame più ampio con la società di accoglienza, parlano perfettamente la lingua, frequentano scuole italiane.




Parte sperimentale

 

La presente ricerca è un'indagine di tipo esplorativo che si propone di rilevare i cambiamenti in alcune componenti dell’identità etnica e in alcuni fattori che influiscono sulla negoziazione dell’identità etnica in adolescenti romeni di seconda generazione, in relazione al loro tempo di permanenza nella società italiana. Sono stati scelti adolescenti, tra 13 e 19 anni, che hanno sempre vissuto stabilmente la maggior parte del tempo in Italia. Ho scelto questo range di età per due ragioni. Primo perché l’adolescenza è il periodo critico per la formazione dell’identità (Erikson, 1968) e secondo, perché nel periodo adolescenziale, maturando le abilità cognitive con la comparsa del pensiero astratto (Overton e Byrnes, 1991) i ragazzi iniziano a valutare le loro qualità personali e pensare alle prospettive per il futuro, iniziando a esplorare il significato dell’identità. Per i bambini immigrati c’è il confronto tra due culture che spinge particolarmente in età adolescenziale a riflessioni sull’importanza della propria etnicità, indipendentemente dalle credenze, dai sentimenti e i comportamenti dei genitori.

Hanno partecipato alla ricerca 31 adolescenti romeni di seconda generazione, di età compresa tra