Informare è molto diverso da insegnare ed in qualsiasi forma di insegnamento, è necessario fornire delle spiegazioni.

Il paziente affetto da una malattia cronica si trova a riorganizzare la sua vita nelle scelte e nei comportamenti quotidiani, sia pubblici sia privati. Ciò comporta la necessità di una educazione che generi una reazione attiva verso la malattia attraverso l’acquisizione di interventi educativi specifici. Implica il trasferimento progettato e monitorato di conoscenze e competenze terapeutiche dall’équipe medica ai pazienti, grazie al quale la dipendenza lascia progressivamente il posto alla responsabilizzazione ed alla collaborazione attiva. Un compito così complesso rende necessario il possesso, da parte degli operatori sanitari, di specifiche competenze pedagogiche, acquisite mediante una formazione interdisciplinare[1].

Il rapporto curante-paziente, normalmente inteso dalla medicina classica, si basa su colloqui all’interno dei quali il medico fornisce delle informazioni alla persona malata. Tali informazioni sono costituite da un insieme di consigli, di istruzioni, di raccomandazioni terapeutiche elargite in forma passiva e principalmente incentrate sul paziente che le riceve.

È ovvio che il medico si trovi in una posizione di superiorità mentre la persona malata accetta passivamente le informazioni: si instaura un legame di tipo verticale. L’educazione terapeutica sottrae il paziente da questo stato di soggezione e lo eleva come soggetto compartecipe alla terapia: l’educazione diviene un processo interattivo incentrato su chi apprende.[2] Bisogna precisare che da un punto di vista didattico, informare è molto diverso da insegnare ed in qualsiasi forma di insegnamento, è necessario fornire delle spiegazioni.

Come afferma Assal: “Si informa qualcuno di un fatto, di una decisione, di un avvenimento. Il fine della spiegazione è: ‘far conoscere, ma con in più l’intenzione di far comprendere l’argomento in dettaglio”[3].

È importante evidenziare questo aspetto perché non basta saper spiegare bene le cose per far sì che queste vengano correttamente comprese dal paziente o da suoi familiari. Per questi ultimi si tratta di acquisire conoscenze e competenze necessarie, per la gestione della propria malattia: colui che impara diventa il protagonista del suo apprendimento. L’acquisizione di abilità di comunicazione aiuta ad affrontare situazioni nella quotidianità, altrimenti stressanti poiché: “l’incapacità di esprimere le proprie opinioni in modo chiaro e non offensivo può portare a equivoci, litigi, comportamenti aggressivi o a non riuscire a esporre i propri problemi obiettivi. Lavorare con una famiglia, piuttosto che soltanto con la persona malata […], offre l’opportunità di migliorare le sue modalità di comunicazione e quindi di ridurre lo stress e gli episodi di disturbi psichiatrici a esso legati”.[4]

Come il Dottor Assal suggerisce: “il fatto di attribuire questo ruolo al discente, modifica la concezione tradizionale dell’insegnamento mettendo l’accento sulle condizioni che faciliteranno l’insegnamento”[5].

Nelle situazioni di apprendimento è consigliato partire da esempi concreti che possono presentarsi nella realtà. Prima però, è necessario trasmettere al paziente, un numero limitato di nozioni fondamentali e quindi istruirlo su un vocabolario medico di base che consenta la comprensione corretta del dialogo da ambo le parti. Ciò non solo permetterà al medico di esser sicuro di esser stato compreso, ma consentirà anche al paziente di potersi esprimere correttamente motivandolo a fare domande, richieste ed esporre eventuali dubbi. Successivamente, il prossimo passo per colui che insegna, è quello di trasformare ogni nozione basilare in una situazione problema. Questa si presenta come una attività che il paziente deve svolgere. Solo attraverso la pratica, infatti, colui che apprende può raggiungere gli obiettivi desiderati, a maggior ragione quando si tratta di noi stessi e della propria malattia. Gli atti dell’insegnamento saranno dunque finalizzati agli obiettivi necessari che il paziente deve effettuare per realizzare il suo apprendimento, secondo l’ottica dell’imparare facendo.[6]

Il problema pedagogico dell’Educazione terapeutica concerne la possibilità del paziente di divenire un decisore competente. Occorre pianificare degli interventi strutturati  mirati alle esigenze delle persone al fine di garantire un apprendimento corrispondente.

 

Dott.ssa Martina Pozzi

Pedagogista

 

Bibliografia essenziale

Ascenzi A., Corsi M. (a c. di),Professione educatori/formatori nuovi bisogni educativi e nuove professionalità pedagogiche, Vita e Pensiero, Milano, 2005.

 

Assal J.P.,Educazione terapeutica dei pazienti. Nuovi approcci alla malattia cronica, Minerva Medica, Roma, 2007.

 

De Francisci A., Piersanti T.,La famiglia tra vincoli e risorse. Percorsi terapeutici complessi, FrancoAngeli, Milano, 2006.

 

Demetrio D., L’educazione nella vita adulta, La Nuova Italia, Roma, 1995.

 

d’Ivernois J.-F., Gagnayre R.,Educare il paziente. Un approccio pedagogico, McGraw-Hill Companies, Milano, 2006.

 

d’Ivernois J.-F., Gagnayre R.,Educare il paziente. Guida all’approccio medico-terapeutico, Mediserve, Milano, 1998.

 

Faloon I.,Intervento psicoeducativo integrato in psichiatria. Guida al lavoro con le famiglie, Edizioni Erickson, Gardolo (TN), 2002.

 

Frabboni F., Guerra L., Scurati C.,Pedagogia. Realtà e prospettive dell’educazione, Bruno Mondatori, Milano, 2000.

 

Marcolongo R., Rigoli A.,Educazione terapeutica dei pazienti, in Icaro, 28, novembre, 1999.

 

Steinberg D. M.,L’auto/mutuo aiuto, guida per i facilitatori di gruppo, Trento, Edizioni Erickson, 2002.

 

[1]Marcolongo R., Rigoli A.,Educzione terapeutica dei pazienti, in Icaro, 28, novembre, 1999.
 

[2] Cfr. Ivi.

[3] Assal, Assal J.P.,Educazione terapeutica dei pazienti. Nuovi approcci alla malattia cronica, Minerva Medica, Roma, 2007, pag. 92.

[4] Faloon I., Intervento psicoeducativo integrato in psichiatria. Guida al lavoro con le famiglie, Edizioni Erickson, Gardolo (TN), 2002, pag.104.

[5] Assal, op.cit., 2007, pag. 98.

[6] Cfr. Ibidem, pag. 99.