Nel contesto di un programma di educazione terapeutica non deve essere sottovalutato il ruolo della condivisione come elemento chiave dell’esperienza educativa in un contesto di gruppo che possiede molteplici vantaggi.

L’educazione terapeutica si pone all’interno di un sistema di servizi che sinergicamente si rivolgono alla persona affetta da malattia cronica. In caso di educazione terapeutica rivolta a più persone, la costruzione del gruppo di referenti è un elemento essenziale che sottende sia la partecipazione sia i rapporti che intercorrono tra i diversi utenti che vi sono implicati. Tale gruppo diviene un momento “di reale comunicazione nell’intento di promuovere, a partire dal noto, processi di scambio, di confronto, di condivisione di esperienze e di significati”(1).

Nell’educazione terapeutica il medico, come tutto il personale sanitario, abbandona “il suo ruolo di curante per avvicinarsi a quello di formatore”(2) ed è in questo cambio d’abito che si verifica il passaggio da una trasmissione di informazione ad “una vera e propria trasmissione di competenze, di una formazione alla presa di decisione, ma anche della messa in atto di un partenariato che per la prima volta rende possibile la realizzazione di una vera negoziazione tra curante e curato”(3).

L’educazione terapeutica concorre al miglioramento della salute del paziente e al miglioramento della sua qualità della vita allorché avvenga all’interno di un programma strutturato(4). Inoltre, “ogni azione educativa non può non essere letta che in termini di relazione, in quanto l’atto educativo si esplica a partire dal dare significato all’essere insieme e produce il riconoscimento di sé a partire dall’incontro con l’altro”(5).

Come educatori, molte sono le domande che ci poniamo circa il miglioramento della qualità delle relazioni. In un contesto di costruzione di significati, di condivisione e di costruzione del fare insieme attraverso esercizi pratici, la valorizzazione dell’esperienza del paziente è un elemento imprescindibile dal punto di vista cognitivo e affettivo.

L’educazione terapeutica non offre risposte in termini di guarigione dalla malattia, ma, da pedagogisti, se per pedagogia intendiamo “un’offerta di esperienza, di arricchimento interiore, di stimolo alla riflessione, di invito al giudizio critico, insomma di crescita umana, da parte di un emittente che non si considera migliore del ricevente”(6), si comprenderà come le persone partecipi a questa pratica di aiuto possono ricevere e dare molto.

 

 

Dott.ssa Martina Pozzi

Pedagogista

 

 

Bibliografia:

Albano M.G., Educazione terapeutica del paziente. Riflessioni, modelli e ricerca, Centro Scientifico Editore, Milano, 2010.

Becchi E.,Una pedagogia del buon gusto. Esperienze e progetti dei servizi educativi per l’infanzia del Comune di Pistoia, FrancoAngeli, Milano, 2010.

Lazzarato F. (a cura di),Scrivere per bambini, Mondadori, Milano, 1997.

Prosperi E.,Educazione alla Scelta e alla Consapevolezza, ilmiolibro.it, 2013.

 

Note:

(1)Becchi E.,Una pedagogia del buon gusto. Esperienze e progetti dei servizi educativi per l’infanzia del Comune di Pistoia, FrancoAngeli, Milano, 2010, pag. 248.

(2) Ibidem, pag. 6.

(3)Albano M.G.,Educazione terapeutica del paziente. Riflessioni, modelli e ricerca, Centro Scientifico Editore, Milano, 2010, pag. 5.

(4)Si veda: Prosperi E.,Educazione alla Scelta e alla Consapevolezza, ilmiolibro.it, 2013.

(5)Becchi E., op. cit. pag. 27.

(6)Lazzarato F. (a cura di),Scrivere per bambini, Mondadori, Milano, 1997, p. 20.

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