Definire la Psicologia Clinica  

24 Marzo 2007
Dalla valutazione psicologica tramite i reattivi psicodiagnostici, alla psicoterapia intesa in maniera olistica, “dall’analisi della domanda” sino alla terra di confine tra la psicologia e la medicina. Tutto questo sembra allo stato attuale essere la psicologia clinica. Un settore della psicologia applicata a cui alcuni ambienti medici hanno spesso obiettato il definirsi “clinica”. In questa ambiguità apparente di base sta ancora oggi la questione della sua legittimità. Si proverà nelle righe che seguono ad analizzarne alcuni punti.

Una delle caratteristiche della psicologia clinica è indubbiamente quello di essere una materia interdisciplinare, usufruire dei contributi di altre settori teorici sembra essere al tempo stesso la sua prerogativa principale e la sua “vulnerabilità”. Il fatto stesso di prelevare da altre scienze contributi diversi ha fatto negare la sua identità scientifica e professionale (Del corno 1989). A tale proposito si potrebbe affermare di contro che, l’utilizzo di differenti strutture teoriche fa si che il loro risultato sia superiore alla loro stessa somma. Non quindi un settoriale e frammentato intervento di tecniche differenti, quanto una omogeneità plastica e dinamica di un operare che sia in grado, proprio in virtù della sua flessibilità, di cogliere da ognuno dei contributi teorici quello che in quel momento sembra più opportuno, fondendo al tempo stesso tali contributi in un operare sinottico finalizzato agli scopi di una conoscenza individuale dell’utente-paziente.

A tale riguardo la psicologia clinica può essere reputata come una “teoria delle tecniche” (Carli 1988; Battacchi, 1991). In tal senso lo psicologo clinico non applicherà in maniera stereotipata il proprio modello di intervento “teoria senza tecnica” (Carli, 1988), quanto modulerà le sue diverse conoscenze al caso specifico. Viene superata la tendenza alla fede di appartenenza epistemologica che, in molti casi corre il rischio di realizzare un contesto di ascolto selettivo escludendo tutto ciò che appare fuori dal proprio ambito teorico. Tale modalità di procedere è stata ed è tutt’ora in molti casi, fonte di ambiguità realizzando, nella richiesta di aiuto dell’utente-paziente, tanti aspetti quante sono le stesse chiavi di lettura epistemologiche di chi ascolta. Quale sarà allora la sua realtà ? Che cosa starà cercando di chiedere nella sua domanda ? Come si dovrà leggere ciò che nella sua storia racconta o ciò che seleziona nel suo racconto ?

L’unicità stessa di un linguaggio esplicativo rende conto della sua “scientificità”, questo potrebbe essere ciò che apparentemente parrebbe mancare nelle discipline psicologiche. Indubbiamente non è facile applicare in siffatto ambito il “principio di falsificazione” (Popper K. 1970), il criterio di causa-effetto nell’ambito dei fenomeni psichici è spesso sfumato e abbraccia archi temporali assai lunghi dove le variabili in gioco sono assai numerose e difficilmente rintracciabili e codificabili secondo regole di osservazione esclusivamente nomotetiche.

In questi confini è compresa la polemica principale sulla disciplina della psicologia clinica. Come accennato nell’introduzione, troppo prossima alla psicologia per essere reputata “clinica” ed eccessivamente vicina ad una principio idiografico per essere reputata replicabile e condivisibile nelle sue letture e deduzioni.

Differente è d’altra parte la stessa metodologia di osservazione, non una istantanea visione del paziente che miri a cogliere secondo un principio deduttivo-induttivo segni oggettivabili che rendano conto di ciò che si stà osservando, quanto un’analisi prolungata che nel tempo costruisce una visione individuale del significato del disagio di chi ha di fronte.

Leggi e principi generali nelle discipline mediche poggiano su impianti teorici dimostrabili e confutabili, siamo nell’ambito dell’oggettività fisica; di contro proprio nell’individualità storica del soggetto e nell’osservazione del suo ambito di sviluppo sociale e culturale è contemplato il nucleo dell’agire della psicologia clinica.

Variabili come contesti sociali, culturali, ambiti di sviluppo, difficilmente si prestano ad una replicabilità secondo i canoni di una “oggettiva scientificità”, per questo forse saranno meno veri ? Seguendo tale principio si corre il rischio di assumere una posizione simile a quella di Don Ferrante l’erudito personaggio del Manzoni che dopo essersi contagiato con la peste continuava a negarne la realtà in quanto non seguiva i canoni della fisica Aristotelica (Sanavio, Cornoldi 2001).

Osservazione diretta, solide leggi fisiche replicabili, impianto teorico falsificabile, oggettività accertabile secondo le leggi della semeiotica, un paziente, un letto, questo può essere definita l’indagine medica.

In virtù di questo accostamento la psicologia clinica è stata contestata anche nell’utilizzo di una metodologia di osservazione fortemente legata alla tradizione medica. E’ difficile mutuare l’utilizzo di una tradizione che ha alle spalle oltre due millenni di storia con una scienza che ha poco più di un secolo. Sembra che la contesa sia quindi in prima istanza su cosa si possa definire “clinico”.

Il vocabolo “kline” = letto, individua un contesto morboso centrato su di una sofferenza anzitutto fisica, una sofferenza che immobilizza e che impedisce il normale fluire dell’equilibrio fisico, l’intervento punta sul ristabilire l’omeostasi fisiologica, il “clinostatismo” (stare disteso nel proprio letto) evoca ancestralmente la figura di un esperto che osserva, ascolta, cerca, da qui “kliniké (techne) = arte medica, osservazione diretta del paziente alla luce della deduzione dei suoi segni e sintomi. E’ sempre difficile trasferire lo studio di variabili fisiche, facilmente controllabili e non influenzate dalla soggettività, in quello del comportamento e principalmente della sua motivazione. Si descrive una semeiotica medica (studio dei segni e dei sintomi), è corretto individuarne una psicologica ? La contraddizione è in larga parte nella natura dell’osservazione. Ciò che è visibile direttamente e ciò che è interpretabile, il vedere, manipolare, porre le mani su di un corpo sofferente, ascoltare ciò che di anormale registra lo stesso “paziente” e dall’altro un ascolto prolungato nel tempo. La stessa narrazione verbale ha un significato diverso. Da una lato ciò che si ascolta si ha la modalità di accertarlo o confutarlo obiettivamente (si descrive un esame obiettivo nucleo centrale dell’operare medico), dall’altra ciò che si ascolta è un disagio che corrisponde ad un esperienza soggettiva (una costellazione di esperienze che spesso raccolta impropriamente sotto il vocabolo sintomi) che difficilmente trova una corrispondenza obiettiva.

A tale proposito vale la pena ricordare che nel campo psichico il paziente non “ha sintomi” ma porta e vive delle esperienze che influenzeranno il suo comportamento (Scharfetter, 2004).

Quando un paziente riferisce i suoi sintomi fisici la semeiotica mira attraverso il suo esame “obiettivo” ad appurare o confutare l’oggettività di una ipotesi deduttiva ad es. conoscendo la fisiopatologia della polmonite lobare, l’indagine diagnostica mirerà a confermare o escludere l’impegno polmonare (ottusità alla percussione, crepitatio indux, opacità lobare rx).

Nell’esame pischico la “semeiotica” descrive esperienze utilizzando il metodo empatico. Tale descrizione poi prescinde da qualsiasi ipotesi teoretica per cercare di cogliere il più esattamente possibile l’esperienza vissuta (Erlebnis) ed il comportamento della persona nel suo contesto biografico, sociale e culturale. Ogni ricerca psichica ha come oggetto l’intero essere umano nella storia del suo divenire esistenziale (Ibidem).

Nella prospettiva medica è in primo piano la ricerca della “verità oggettiva” in quanto da questa dipende la correttezza della diagnosi, della prescrizione e quindi dell’agire terapeutico. In quella psicologico clinica la diagnosi va inserita in una lettura della stessa richiesta di aiuto in quanto questa stessa può divenire elemento di conoscenza.

Probabilmente sotto alcuni aspetti si potrebbe contestare l’utilizzo del vocabolo “diagnosi” in quanto potrebbe rimandare ad un prospettiva oggettivante assai più legata al campo medico, ma diagnosi è comprensione, giudizio, critica, l’etimo stesso dal greco diagnosis è formato da dia = attraverso e gnosis = conoscenza. Premesso questo sarebbe difficile separare i campi della conoscenza di chi chiede aiuto, in un sapere dotato di una fisicità oggettiva e sapere storico empatico. Quale dei due settori sarebbe dotato di una maggiore attinenza premettendo che in entrambi settori lo scopo è quello di alleviare un stato di disagio-sofferenza ?

Come si può osservare si stanno mettendo in confronto vari elementi che compongono la relazione con un ipotetico paziente-utente, nell’ottica di cosa sia più giusto attribuire come “agire clinico”.

Risulta sufficientemente evidente a tal punto che quello che stiamo descrivendo in alcuni casi andrà a comprendere (ma non sempre) un “sapere psicopatologico”. Nella psicologia clinica non tutte le richieste di intervento avranno a che fare con il campo della psicopatologia ma, una tale riflessione, andrebbe probabilmente oltre i limiti di queste poche righe e porterebbe ad analizzare cosa si può definire realmente psicopatologico e cosa può essere definito disagio, coincidono i due lemmi ed in cosa si possono differenziare ? La risposta a queste domande è la stessa che ha portato spesso a relegare la psicologia clinica in una posizione secondaria affidando quasi esclusivamente alla psichiatria il ruolo di disciplina diagnostica e terapeutica. L’assunto di base era che non vi potesse essere niente di clinico al di fuori della prospettiva medica, da qui il dibattito su confini tra psichiatria e psicologia clinica non sempre facilmente delimitabili.

A tale proposito confrontando i due vocaboli appare evidente il differente significato dei suffissi utilizzati, psicologia con logos = discorso, psichiatria con iatria = iatros = curare, atto medico, medicamento. L’atto terapeutico per eccellenza passa quindi attraverso il gesto del “somministrare”, la conoscenza tecnica del campo medico è simbolicamente individuata dall’introdurre e ponderare gli effetti delle sostanze medicamentose.

Si potrebbe anche obiettare che altre eminenti branche della medicina utilizzano lo stesso suffisso (cardiologia, neurologia, pneumologia ecc.), ma tutte individuano un ambito circoscritto ad una oggettività che non ammette confusioni (cuore, s.n.c, apparato respiratorio) la loro stessa fisicità presuppone un intervento centrato sulla “iatria”, così evidentemente non è per ciò che appartiene al mondo psichico che proprio per la sua intangibilità, se vuole rimanere nell’ambito della medicina, deve abbandonare il suo suffisso “logos”.

Tutto quanto detto rende conto del fatto che, nonostante psichiatria e psicologia clinica abbiano come area di interesse la salute mentale in senso lato esse utilizzano approcci e metodologie differenti. Il diverso bagaglio culturale ha giustificato quindi la differenziazione delle aree di interesse in base allo loro stessa severità e dell’efficacia del trattamento. In tal modo le psicopatologie più impegnative ad es. la schizofrenia che richiedono trattamenti di tipo farmacologico, sono reputate tradizionalmente di pertinenza medico-psichiatrica, affidando di contro alla psicologia clinica quelli che possono essere inquadrati come forme di disadattamento ed affrontabili con mezzi di tipo psicologico.

In realtà si osserva come i confini e le aree di interesse tra le due discipline sono sempre più sfumati non esistendo di fatto alcun confine netto che possa individuare aree di esclusiva pertinenza psichiatrica ed altre di competenza psicologica (Di Naro. 2000).

Dette tali premesse ci si può quindi chiedere se la psicologia clinica possa essere ritenuta una disciplina avulsa da una reale conoscenza psicopatologica o meglio se è giusto tenerla separata da questa. Ogni tentativo di individuare dei limiti tra le due discipline corre il rischio di essere artificioso in quanto psicologia e patologia dei comportamenti sono indissolubilmente interdipendenti l’uno dall’altro (Landry,1961).

Vi sono tra le due discipline continue aree di transizione tenendo conto che sempre più spesso vi sono zone marginali tra psicopatologia e psicologia del “normale” la cui natura e trattamento sollevano problemi di tipo psicopatologico, psicologico, sociale e morale (Nyssen,1953).

L’ambiguità tra la disciplina psichiatrica e la psicologia clinica è da sempre stata al centro dell’attenzione di diversi autori. Zazzo ammettendo che la psicologia clinica sia da molti ritenuta in senso epistemologico come la psicologia applicata al settore medico ed ancora da altri in senso lato come studio psicologico dell’individuo, osserva “Così la psichiatria diviene psicologia per la tendenza a spiegare lo spirito in se stesso e la psicologia raggiunge la psichiatria con la sua conversione allo studio dell’individuo” (Zazzo,1953).

A questo punto si può essere in accordo con Rey affermando che in un certo modo la psicologia applicata ha acquisito dalla medicina il metodo “clinico”, sostituendo in tale operazione il concetto di sintomo con quello di reazione tipica e quello di malattia con quello di significato e portata pratica dei dati comportamentali registrati. (Rey, 1953). Lo studio psicologico di chi vive una esperienza di disagio o “malattia” è difficilmente separabile dall’ambito psichiatrico e si può anche affermare come la psicologia clinica possa coincidere con la psichiatria (Ibidem).

Sulla stessa traccia si mantiene il Porta quando afferma “che cos’è la semeiotica psichiatrica se non la psicologia clinica” puntando l’attenzione sulla formulazione di una conoscenza diagnostica psichiatrica (Porta, 1962).

Da quanto sostenuto si può quindi osservare come non sia possibile una separazione disciplinare di fatto da includere in un’area nozionistica e di formazione professionale quando si confronta il sapere psicologico clinico con quello psicopatologico e psichiatrico, caso mai si può obiettare, come le due discipline utilizzino a monte di una sapere e di una conoscenza comune, strumenti differenti di intervento nell’ambito di un terapeutico agire nei confronti del disagio mentale.

Si potrebbe quindi aggiungere come la psicologia clinica consista nel ricercare e far “emergere lo psicologico dal patologico più che il patologico dallo psicologico”. (Di Naro, 2000). “Ricondurre quindi uno stato di disagio psichico entro la dimensione globale del funzionamento psicologico (del quale la patologia non è che uno dei modi di essere), collocando la persona nella globalità della sua storia individuale per conoscere la struttura di personalità, il suo modo di elaborare le relazioni oggettuali, i meccanismi psichici adattativi e difensivi che sottostanno ai suoi comportamenti e valutare il ruolo che i fattori psichici svolgono nello stato di disagio” (Ibidem).

Si può riassumere il senso di questo scritto notando come la psicologia clinica analogamente alla psicopatologia analizza l’uomo nella sua interezza non puntando tanto sulla anormalità dei suoi comportamenti ma al contrario puntando l’attenzione su ciò che esso conserva di sano e condivisibile per trarne risorse in un ottica terapeutica.




Bibliografia

1) Del Corno F. Il problema del metodo in psicologia clinica. In Del Corno F., Lang M. (a cura di) Psicologia Clinica. Milano: Franco Angeli, 1989; 53-61.

2) Carli R. Introduzione al tema – per una teoria della tecnica. Rivista di Psicologia Clinica
1988; 1: 6-15;

3) Batacchi MW. Problemi di identità e formazione in psicologia clinica. In Kendall P.C, Norton-Ford J.D. Psicologia Clinica. Bologna: Il Mulino, 1991; 11-44.

4) Popper K. Logica della scoperta scientifica.
Torino:
Einaudi, 1970

5) Sanavio E, Cornoldi C. Psicologia Clinica.
Bologna: Il Mulino,
2001; 9-10

6) Scharfetter C. Psicopatologia Generale. Una introduzione.
Roma: Giovanni Fioriti Editore, 2004; 2-3

7) Di Naro C. Definizione della psicologia clinica. In – Invernizzi G. Manuale di psichiatria e psicologia clinica. Milano: Mc. Graw-Hill 2° Edizione, 2000; 489.

8) Landry M. Methodologye et psychopatologie infantile. Entretiens psychiatrique. VI; 133, 1961.

9) Nyssen R. Essai de delimitation de l’activité clinique du psychologie. Arch. Psicol. Neurol. e Psich. 14; 69, 1953.

10) Zazzo R. Les ambiguites de la notion de psychologie clinique. Arch. Psicol. Neurol. Psich. 14 ; 39, 1953.

11) Rey A. La psychologie clinique. Ses aspects theoriques et patiques. Arch. Psicol. Neurol. e Psich. 14; 16, 1953.

12) Porta V. Intervento di discussione su – Lavoro in equipes tra psicologi e psichiatri. In – Ancona Dinamismi mentali normali e patologici. Vita e Pensiero; Milano, 1962
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Data ultima modifica: 24 Mar 07