Un corretto intervento, di una malattia complessa come l’obesità, richiede un processo diagnostico e terapeutico articolato e una componente educativa continuativa, che non può essere improvvisata. Educare non significa solo informare il paziente, ma aiutarlo a fare scelte responsabili, a sentirsi parte integrante del processo di cura.

Nei convegni sull’obesità si sente sempre più parlare, giustamente, del ruolo dell’insulina, leptina, grelina e tanti altri fattori coinvolti nel controllo dell’alimentazione. Cresce l’importanza del microbiota, della nutrigenomica e nutrigenetica, del tessuto adiposo bianco e bruno. Aumentano le conoscenze dei centri superiori della fame e della sazietà e del cosiddetto centro della gratificazione/piacere. Si è concordi sul fatto che un problema così complesso richiede cure complesse e sempre più personalizzate, effettuate da equipe multidisciplinari, costituite da internisti, nutrizionisti, psichiatri, psicologi, dietisti, fisiatri, ecc. Si discute dell’appropriatezza del setting di cura e di quando usare la terapia più drastica, la chirurgia bariatrica. Ci si interroga sulla durata dei controlli e sull’articolazione delle reti assistenziali. Si spera di trovare finalmente la cura farmacologica per l’obesità. In tutto questo avanzare della ricerca, si sta però sempre più perdendo di vista un punto essenziale nella cura dell’obesità, la persona. Perché l’obeso, prima ancora di essere un malato cronico con un maggior rischio di sviluppare ulteriori patologie, è una persona, con le sue paure, fragilità, diffidenze, aspettative, potenzialità. Il medico è colui che si prende cura della gente, e se vuole prendersi cura della persona affetta da obesità non può perdere di vista ciò che significa la parola cura, “interessamento solerte e premuroso, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività” (Treccani). Si parla di umanizzazione delle cure, ma si perde di vista il fatto che, la prima umanizzazione è da ricercare nei rapporti interpersonali degli operatori sanitari preposti a fornire le cure. Non può esistere una vera equipe interdisciplinare se i suoi componenti sono demotivati, poco sereni, invidiosi, insoddisfatti. L’umanizzazione della cura parte, inevitabilmente, da una equipe “umanizzata”, che non solo parli lo stesso linguaggio ma soprattutto si sforzi a capire il linguaggio dell’altro, che condivida un obiettivo da raggiungere e che sia in grado di offrire “tatto, attenzione e comprensione al paziente che non è una semplice collezione di sintomi, funzioni alterate. Egli è invece un essere umano con paure e speranze che cerca sollievo, aiuto e rassicurazione” (Trattato di Medicina Interna Harrison).
La cura inizia nel momento in cui accogliamo la persona attraverso gesti semplici, come il tendere una mano e regalare un sorriso, questo predispone l’altro ad aprirsi. Un buon sanitario deve saper ascoltare il vissuto della persona, le sue aspettative, senza dare mai nulla per scontato. Non deve pensare di aver capito tutto dopo poche domande e cadere nella trappola del facile pregiudizio, deve imparare a dare un senso a ciò che l’altro dice e prova. Deve saper comunicare in modo chiaro e comprensibile, dando informazioni che permettano una scelta consapevole del proprio percorso di cura.
L’operatore sanitario deve sviluppare quel senso di compassione, inteso nella sua accezione etimologica di “provare sentimenti insieme” che non significa impietosirsi ma comprendere davvero ciò che prova l’altro. Deve imparare a non cedere alla tentazione delle cosiddette “semplificazioni terribili” con frasi tipo “da domani cominci a camminare per almeno 30 minuti al giorno”.
È necessario che tutti i componenti dell’equipe possiedano queste qualità, per permettere alla persona di sentirsi finalmente compresa e non giudicata.
Non bisogna trascurare l’importanza di avere, all’interno dell’equipe, un operatore sanitario di riferimento, per non generare nel paziente un senso di confusione. Un corretto intervento, di una malattia complessa come l’obesità, richiede un processo diagnostico e terapeutico articolato e una componente educativa continuativa, che non può essere improvvisata. Educare non significa solo informare il paziente, ma aiutarlo a fare scelte responsabili, a sentirsi parte integrante del processo di cura. “Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” ricordava il poeta William Butler Yeats, accendere il fuoco della speranza, della voglia di vivere.
 
Dott. Enrico Prosperi
Medico-Chirurgo
Specialista in Psicologia Clinica
Università di Roma Sapienza
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