Tutti si sentono esperti, in grado di analizzare, interpretare e riassumere gli innumerevoli dati che circolano nella Rete e tra i mass media.

In molti si stanno chiedendo se la pandemia del Covid 19 è stata affrontata bene e se le misure attuate preserveranno molte vite umane.

In poco tempo si sono formate diverse “tribù” pronte a difendere le proprie idee criticando aspramente quelle degli altri.

I “negazionisti” che vedono nel virus il grande complotto delle multinazionali finalmente riuscito, in grado di costringere le persone a somministrarsi vaccini non per la difesa dal Covid ma per diminuire le difese immunitarie e provocare un successivo sterminio di massa, o per inserire fantomatici microchip in grado di spiarci.

Gli “allarmisti”, che in seguito alle immagini e notizie presentate dai media, hanno coltivato l’idea che l’inesorabile fine della razza umana può essere evitata solo grazie alle chiusure restrittive, il distanziamento sociale e l’arrivo del vaccino.

Gli esperti che sostengono diverse ipotesi: che il peggio deve ancora arrivare, che non ci sarà fine al peggio, che il peggio è passato.

Un recente articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista JAMA ha posto una riflessione sui possibili bias (errori sistematici) che possono ostacolare i processi decisionali.   

La risposta alla pandemia negli Stati Uniti, con un ingente investimento sui ventilatori, è stata davvero la scelta migliore per il futuro?

Gli autori dell’articolo hanno identificato i seguenti errori cognitivi:

effetto della vittima identificabile”: la tendenza ad agire in maniera più impetuosa quando è minacciata la vita di una persona che identifichiamo, ad esempio un nostro familiare o una persona di cui ci prendiamo cura. È maggiore l’attenzione che portiamo nel salvare una vita minacciata nell’immediato rispetto a politiche per salvare persone ancora non minacciate.

bias dell’ottimismo”: tendenza a prevedere i risultati più ottimistici di quelli osservati e quindi ad essere più ottimisti che realisti.

bias del presente”: tendenza a preferire benefici immediati piuttosto che benefici maggiori in futuro.

bias di omissione”: tendenza a preferire che un danno possa verificarsi per la mancanza di un’azione piuttosto che come conseguenze di azioni intraprese.

Per gli autori questi bias hanno favorito l’acquisto di ventilatori piuttosto che l’invito a un adeguato distanziamento fisico e lavaggio delle mani e l’acquisto di test per identificare la presenza del virus.

E in Italia?

La presenza di un’emergenza nuova ha scatenato i media che ci hanno tempestato di numeri, dati, previsioni.

Ancora oggi i nuovi casi, gli asintomatici, i guariti, i ricoverati o i morti sono oggetti di dispute sui social e il nostro bel paese ha scoperto di non avere solo milioni di allenatori, ma anche moltissimi virologi ed epidemiologi.

Tutti si sentono esperti, in grado di analizzare, interpretare e riassumere gli innumerevoli dati che circolano nella Rete e tra i mass media.   

Nessuno ovviamente si sentirà vittima della cosiddetta euristica di disponibilità, cioè “il processo di giudicare la frequenza in base alla facilità in cui gli esempi ci vengono in mente”, o del bias di conferma, ossia l’errore sistematico di “accettare soltanto prove che confermano ciò che già crediamo”.

Figuriamoci se potrà pensare all’effetto Dunning-Kruger, la tendenza a sopravvalutare le proprie competenze.

Difficile per ognuno di noi ammettere che, in presenza di dati contraddittori, la mente possa preferire la ricerca di elementi che convalidano il nostro punto di vista, scartando rapidamente le spiegazioni alternative, per via di quello che gli psicologi chiamano “ragionamento motivato”.

Ognuno di noi, inconsapevolmente, può avere difficoltà a cambiare il proprio punto di vista e difende le proprie idee, come un tifoso di calcio che valuta giuste le decisioni di un arbitro quando avvantaggia la propria squadra, ma sbagliate quando favoriscono l’avversario.

Un giorno qualcuno esclamerà soddisfatto “l’ho sempre saputo”, ma il premio Nobel Kahneman ci mette in guardia dal termine “sapevamo”, che dovremmo probabilmente abolire, specie quando una cosa non è conoscibile e si è probabilmente sotto l’effetto WYSIATI (what you see is all there is - quello che si vede è l’unica cosa che c’è).

 

Dott. Enrico Prosperi

Medico Chirurgo Specialista in Psicologia Clinica

© 2020

Bibliografia

Halpern SD, Truog RD, Miller FG, Cognitive Bias and Public Health Policy During the COVID-19 Pandemic, JAMA 2020 Jun 29

Kahneman D, Pensieri lenti e veloci, 2017, Mondadori