Di fronte ad un figlio che sta vivendo la tarda adolescenza, i genitori esprimono spesso una dicotomia fra dipendenza e distacco e si trovano alle prese con sentimenti contrastanti: da una parte sono soddisfatti di vederlo crescere, dall’altra desiderano che rimanga “il loro bambino”. L’avvicinarsi della maturità dei figli viene vissuta con un certo disagio dagli adulti e la preparazione alla vita adulta che in passato appariva in un certo qual modo la funzione basilare di questo periodo di sviluppo, oggi è sempre meno un obiettivo immediato
Emanciparsi emotivamente dai propri genitori rappresenta per l’adolescente un compito particolarmente difficile: anche se egli ricerca l’autonomia sia fuori sia dentro casa, necessita della famiglia che gli offre aiuto e sicurezza. La difficoltà maggiore consiste nel fatto che non si tratta di attuare una rottura nei rapporti, ma di arrivare ad una trasformazione di essi in modo da preservare gli aspetti positivi di affetto, fiducia, appoggio, integrandoli all’interno di una relazione più autentica perché paritaria. L’adolescente è quindi impegnato al raggiungimento di un’autonomia interna che gli consentirà di sviluppare in seguito un proprio progetto personale di vita, con la capacità di prendere decisioni personali senza dipendere troppo dagli altri (Gambini, 2007). C’è un’ambivalenza nel modo in cui sia gli adolescenti sia i loro genitori vivono l’emancipazione. Infatti l’adolescente percepisce la necessità di essere autonomo ma, allo stesso tempo, vuole sentirsi al sicuro e protetto; richiede così vantaggi e privilegi dell’età adulta, ma si sottrae alle responsabilità congiunte a questa fase, sperimentando la paura di non essere in grado di comportarsi da adulto. I genitori da parte loro sono disposti a considerare il figlio adulto quando si tratta di ricordargli le sue responsabilità, mentre lo trattano da bambino quando è il momento di riconoscere i suoi diritti.
Con l’adolescenza del figlio lo sviluppo della famiglia diventa un’impresa evolutiva congiunta di due generazioni. Il figlio in questa fase di sviluppo è un interlocutore sempre più attivo e il comportamento dei genitori non può prescindere dalle sue risposte. È opportuno che venga a concretizzarsi un atteggiamento di “protezione flessibile” nei confronti dei propri figli, che ingloba sia gli aspetti di dipendenza che ancora emergono nella situazione adolescenziale, sia gli aspetti di autonomia (Scabini, 1995).
La famiglia è chiamata ad instaurare un tipo di relazioni adeguate alla fase del ciclo di vita corrispondente: pertanto le modalità dei rapporti genitori-adolescenti sono necessariamente differenti da quelli genitori-bambini. Il riconoscimento di tale fatto e l’impegno nell’attuazione di questo compito è fondamentale sia per il benessere dell’adolescente che, privato del sostegno e di una comunicazione adeguata con i genitori, può incorrere in rischi psicosociali, sia per il funzionamento dell’organizzazione familiare.
La complessa dinamica relazionale generata dall’adolescenza dei figli richiede ai genitori il superamento di determinati compiti in base a determinati livelli principali:
1) come genitori nei confronti di figli che si stanno avvicinando all’essere adulti  devono rendere possibile il progressivo svincolamento dei figli, fatto che esige una rinegoziazione dei rapporti all’interno dell’ambiente familiare;
2) come marito e come moglie devono ripensare una relazione tra partner su nuove basi, focalizzando nuovamente gli obiettivi della coppia;
3) come figli nei confronti della famiglia d’origine devono portare a compimento il processo di differenziazione di sé senza nostalgie e farsi carico della prima generazione, avviata ad un graduale declino.
Alcuni autori parlano di “famiglia affettiva” (Pietropolli Charmet, 2000; Scabini e Cigoli, 2000) dove padre e madre non hanno ruoli ben distinti e sono facilmente intercambiabili, sono più attenti agli aspetti emotivi e psicologici nella relazione con i figli, che ne ricevono una sicurezza affettiva di base piuttosto che un contesto di proibizioni. Le madri sono più orientate a spostare parte dei propri interessi al di fuori della famiglia, mentre i padri sembrano più miti, rinunciando al ruolo di giudici punitivi e assumendo anche lo stesso ruolo affettivo della madre. Se da una parte i genitori della “famiglia affettiva” sono volti a trasmettere amore, protezione e sicurezza ai figli, con una spiccata attenzione alla qualità della relazione, dall’altra parte sembrano lasciare poco spazio agli elementi normativi ed emancipativi che spingono i figli in avanti; così le motivazioni di quest’ultimi a cercare all’esterno ambiti di realizzazione personale sono ridotte rispetto ad un tempo. I genitori allora si preoccupano di soddisfare i bisogni dei figli e di prevenire le loro difficoltà così che non soffrano troppo e tendono ad attirarli a sé compiacendoli il più possibile, anziché spingerli verso l’esterno della famiglia e verso il proprio futuro (Gambini – Todaro, 2010).
Quindi la famiglia affettiva può trovarsi ad esercitare la sua naturale funzione relazionale in modo inadeguato ai compiti di sviluppo propri dei soggetti che ne fanno parte, non agevolando i processi di definizione dell’identità filiale, bensì mantenendo l’adolescente all’interno di un legame di dipendenza passiva e tutelando, in tal modo, i contenuti consolidati dell’identità genitoriale.
La frequenza dell’incontro con il gruppo dei pari diventa un’occasione per allontanarsi dalla famiglia e un campo, per molti versi impegnativo, di esercizio personale per attuare un confronto con l’esterno e una riflessione interiore. Nonostante l’importanza fondamentale dei coetanei, la famiglia, per gli adolescenti odierni, detiene comunque il ruolo primario di guida ai valori e ai compiti di sviluppo.
L’avvenire autonomo, in prospettiva del mondo esterno, è un orizzonte che si fa progressivamente più sfumato rispetto al quadro di un’esistenza quotidiana molto immersa in ritmi, ruoli e regole determinati essenzialmente all’interno delle pareti domestiche. Il clima senza regole, caratteristico dell’attuale “famiglia degli affetti”, impedisce di fatto all’adolescente di sperimentare il conflitto, l’opposizione ai principi stabiliti dalle figure genitoriali, esperienza necessaria per potersi separare da loro (Gambini, 2007). L’adolescente, in tal modo, rischia di restare bloccato in una condizione di confusione relazionale ed affettiva che non gli permette di sostenere opportunamente i compiti di sviluppo, tra cui quello di separarsi dalla propria casa almeno a livello emotivo, rinforzando, così, all’interno di un vero e proprio circolo vizioso, le funzioni genitoriali di impedimento anziché di promozione dello sviluppo del ragazzo stesso.
La propensione a prolungare la convivenza con la famiglia d’origine, tentando soltanto sporadici e reversibili approcci con il sociale, è poi congiunta anche alla capacità sul piano economico del nucleo familiare di sostenere una convivenza protratta con un quasi-adulto poco o per nulla produttivo e a fattori di ordine sociale come la disoccupazione, il lavoro precario, il costo elevato delle case, il prolungamento del periodo dedicato all’istruzione.
I genitori stabilendo insieme ai loro figli un rapporto all’insegna di una quotidiana contrattazione, sembrano spingerli in questo modo verso la responsabilizzazione e l’autonomia ma, in verità, è facile che sperimentino la paura di una futura uscita di casa dei figli e che quindi facciano in modo di “trattenerli all’interno del nido”, evitando il conflitto intergenerazionale e cercando di accontentarli. I figli, di pari passo, sentono di godere di una certa libertà in casa e fuori di essa e, di fronte a una sicurezza tangibile quale quella offertagli dalla propria famiglia, non hanno fretta di addentrarsi completamente in una realtà esterna che appare invece insicura.
Il “genitore-amico” che livella le difficoltà e destruttura il conflitto e che si mostra insicuro e non competente nell’offrire ai figli un modello con cui confrontarsi, anche con l’eventualità che venga rifiutato, non aiuta l’adolescente ad emanciparsi.
È importante che i genitori insegnino ai figli a fare a meno di loro, sostenendoli nello sviluppo di una maggiore fiducia in se stessi e nelle proprie risorse. Per fare questo, madri e padri degli adolescenti devono superare l’eventuale paura di rimanere soli. È bene che non dimentichino e tengano presente che essere genitori non è tutto e che i genitori non sono tutto, e dunque che si comportino di conseguenza. Possono focalizzare l’attenzione su aspetti diversi della propria identità, ricordando di essere uomini e donne, di essere individui sociali e di essere coppia oltre che genitori.
In fin dei conti la “missione” dei genitori è quella di curare i propri figli affinché col passare del tempo possano costruire la propria identità e raggiungere una sostanziale autonomia. Amarli significa vederli crescere. Tanto più si è buoni genitori in grado di capire che non è possibile rimanere per sempre l’unico riferimento per i propri figli e che ciò non sarebbe certo una soluzione positiva per loro, tanto prima i figli saranno in grado di non dipendere dalle figure parentali. Ha un grande valore l’insegnare ai propri figli a fare anche a meno di mamma e papà, in modo che nutrano maggiore fiducia in se stessi e in quello che possono realizzare con le loro capacità, risorse e qualità.
Il compito principale a cui ogni giorno padri e madri sono chiamati al fine di garantire la crescita dei figli è quello di sviluppare sia gli aspetti affettivi sia quelli normativi che consentono di interiorizzare il senso di ciò che è bene e ciò che è male e di fare esperienza del limite. Essi non devono rinunciare al loro ruolo di autorità che è insito nei compiti di un genitore, né delegare la funzione “legiferante” che gli è propria, per timore di essere contestati, bensì devono assicurare all’adolescente quel riferimento essenziale che gli permetterà di identificarsi con i genitori ma anche di distanziarsi da loro (Maiolo, 2002). Questo è l’atteggiamento autorevole di chi ha raggiunto una certa sicurezza dentro di sé e, pur senza rinunciare ad interrogarsi costantemente su ciò che accade nella realtà circostante, ha la capacità di essere coerente con i propri valori, senza temere di trasmetterli al figlio, anche se sarà contestato e criticato.

 

 

Dott.ssa Angela Todaro
Psicologa clinica
Counsellor in ambito psicologico - educativo
e-mail: angelatodaro@live.it

 

 

 

Bibliografia:

 

 

GAMBINI P., Psicologia della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale, Milano,  Franco Angeli, 2007.

GAMBINI P. – TODARO A., Percezione d’insicurezza sociale ed emancipazione dell’adolescente. Risultati di una ricerca sperimentale , in «Orientamenti Pedagogici» 57 (2010) 51-67.

MAIOLO G., Adolescenze spinose, Trento, Erickson, 2002.

PIETROPOLLI CHARMET G., I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000.

SCABINI E., Psicologia sociale della famiglia. Sviluppo dei legami e trasformazioni sociali, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.

SCABINI E. - V. CIGOLI, Il famigliare. Legami, simboli e transizioni, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000.